PA DIGITALE. Parlamento, la montagna incartata

IL CASO

Camera e Senato fermi al bivio: la digitalizzazione non manda in pensione il cartaceo. E anzi lievitano i costi del personale. Ma l'abolizione della carta farebbe risparmiare 15 milioni all’anno

di Antonello Salerno
Segretari parlamentari sommersi dai documenti, montagne di carta che si accumulano, personale altamente qualificato che impiega gran parte del proprio tempo lavorativo a ribattere al computer documenti che avrebbero potuto essere trasmessi via e-mail. Sembra uno scenario dickensiano, ma è la situazione attuale alla Camera e al Senato, dove la digitalizzazione non ha sostituito il cartaceo, ma è semplicemente andata ad aggiungersi ai mezzi “tradizionali”. E intanto la firma digitale e la posta elettronica certificata, che avrebbero potuto essere gli elementi chiave per far viaggiare pagine virtuali invece che su carta, stenta a decollare, e ogni documento - dalle proposte di legge alle interrogazioni agli emendamenti - deve essere presentato in una cartellina con la firma autografa dei deputati o senatori.

Eppure il sistema informatico dei due rami del Parlamento soddisfa a pieno le aspettative degli utenti, con i documenti pubblicati quasi in tempo reale, una buona consultabilità e un archivio esauriente. A evidenziarlo è una ricerca di Diego Menegon, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, che ha dedicato un focus a questo argomento.

Se si arrivasse a sostituire i documenti cartacei con quelli digitali anche in Parlamento - evidenzia il suo studio - in un anno si risparmierebbero 15 milioni di euro. E a chi sembrano pochi basterebbe far presente che si risparmierebbe la stessa cifra “tagliando” lo stipendio di un parlamentare di 16mila euro l’anno.

Un aspetto interessante dello studio di Menegon, prima di addentrarci nelle cifre, è il fatto che evidenzi come il Codice dell’amministrazione digitale promuova l’e-government e l’utilizzo di firma digitale e posta elettronica certificata, e disponga che le PA centrali li utilizzino per lo scambio di documenti e informazioni, spingendo per ridurre il consumo di carta con norme ad hoc (dall’abbonamento telematico alla gazzetta ufficiale alle norme “taglia-carta”): principi applicabili alla PA, ma che non riguardano il Parlamento, che è organo costituzionale e ha uno speciale grado di autonomia.

Per il 2010 la Camera dei Deputati ha previsto costi di stampa pari a 7,15 milioni di euro, e il Senato 7,4. Ma prima che i documenti vengano stampati, c’è bisogno di qualcuno che li scriva. Poi devono essere presentati in cartaceo agli uffici competenti, che devono ribatterli per metterli online. Procedura bizantina che firma digitale e Pec consentirebbero di semplificare enormemente, migliorando tutto il sistema per trasparenza, per utilizzazione ottimale del tempo e delle risorse a disposizione, per economicità, e anche per il rispetto dell’ambiente (solo per la manovra finanziaria - recita il focus - sono stati presentati 3mila emendamenti, pari a 675mila fogli: 195 chilometri di carta).
“In ogni azienda - afferma lo studioso t- a fronte degli investimenti per l’informatizzazione del lavoro si pretende una riduzione delle spese tradizionali di cancelleria e di stampa, oltre che una diminuzione del numero ore-uomo impegnate nella gestione documentale e nei servizi di comunicazione interna ed esterna. Una spesa così alta per i soli servizi di stampa sarebbe difficilmente giustificabile in un’azienda dotata di adeguati strumenti Ict e capace di servire online pressoché tutta la documentazione prodotta”.

A questo si aggiunge il capitolo che riguarda il personale e il suo utilizzo. Fermandoci all’inizio di agosto, tra Camera e Senato sono stati depositati in tutto, tra mozioni, interpellanze, interrogazioni, risposte del Governo ordini del giorno e altro 31.874 documenti. Risme e risme di carta che - per essere trascritte da un funzionario abbastanza veloce - richiedono 2.656 ore. Quanto ai disegni di legge, se si considerano quelli depositati fino a fine luglio, si può approssimare una stima di 41mila pagine, pari circa a 3.500 ore-uomo, pari a 21 mesi di lavoro. Soltanto gli emendamenti della finanziaria, per la trascrizione, richiedono 11.640 ore-uomo. E se i numeri sono di per sé eloquenti, ad aggravare la situazione c’è il fatto che a ribattere i documenti sono chiamati funzionari altamente qualificati, scelti attraverso procedure molto selettive, che dovrebbero occuparsi della congruità dei testi, della loro chiarezza e della logicità della normativa. Impiegarli per ribattere testi è anche questa - secondo lo studio di Menegon - una fonte di spreco, “se non altro per il contributo che altrimenti potrebbero dare impiegando il loro tempo a migliorare la qualità della produzione legislativa”.

24 Gennaio 2011