Smart working, amico o nemico delle aziende?

LA RICERCA

In Italia il 70% delle imprese ha adottato politiche di lavoro flessibile per aumentare produttività e reputazione aziendale. Ma gli italiani nicchiano: il 40% non lo ritiene in linea con le proprie esigenze. Reti 3G e 4G leva di crescita

di Federica Meta

Il 75% delle imprese, a livello globale, ha introdotto politiche di lavoro flessibile, utilizzando le tecnologie più avanzate per lavorare da casa o in mobilità. Il dato emerge dalla ricerca Vodafone "Flexible Work: Friend or Foe?" che mappa l’adozione dello smart working. 

Gli smart workers affermano di aver notato un significativo miglioramento delle prestazioni e, in particolare, individuano tre assi lungo i quali si evidenziano i maggiori effetti positivi: aumento della produttività (83%), crescita dei profitti (61%) e impatto sulla reputazione aziendale (58%).

Ad emergere, nelle ricerca, il fatto che nella rivoluzione del luogo di lavoro a giocare un ruolo fondamentale sono le reti mobili di ultima generazione 3G e 4G, utilizzate rispettivamente dal 24 e 18% degli intervistati, i servizi cloud e la banda ultra larga fissa: il 61% degli intervistati, infatti, utilizza il proprio servizio di banda larga di casa per accedere alle applicazioni di lavoro tramite smartphone, notebook o tablet.

Barriere per l’adozione del lavoro flessibile

Lo studio di Vodafone ha anche analizzato le ragioni per le quali - le elencano il 20% degli intervistati - la propria azienda non ha ancora adottato politiche di lavoro flessibile, evidenziando, di fatto, pregiudizi culturali nei confronti di questo strumento. Per il 33%, infatti, il lavoro flessibile non si concilia con la mentalità dell’organizzazione. Fanno inoltre riflettere le preoccupazioni relative all’equa distribuzione del lavoro e ai possibili attriti tra dipendenti che lavorano in modo flessibile e quelli che non lo fanno (rispettivamente il 25 e 30%). Il 22%, infine, crede che i dipendenti, qualora gli fosse concesso di adottare modelli e tecnologie di lavoro flessibile, non lavorerebbero con lo stesso impegno.

Tra i lavoratori che non usufruiscono ancora del lavoro flessibile emerge in modo chiaro però che l’introduzione di questo strumento all’interno della loro realtà avrebbe un impatto positivo sulla motivazione dei dipendenti (55%), sulla produttività (44%) e sui profitti (30%).

Differenze tra paesi e generazioni

Differenze significative si rilevano negli approcci dei diversi paesi rispetto al lavoro flessibile. Il Regno Unito, ad esempio, è al comando nella classifica della fiducia tra datori di lavoro e dipendenti – solo l’8% dei datori di lavoro britannici ha manifestato timori in merito a una possibile diminuzione dell’impegno da parte dei propri dipendenti nel caso vengano implementate politiche di lavoro flessibile. Valore che sale invece al 33% nel caso di Hong Kong. Per quanto riguarda la consapevolezza rispetto alle procedure sulla sicurezza, è interessante notare che il 52% dei dipendenti tedeschi intervistati ha rivelato di non essere a conoscenza delle politiche di sicurezza della propria azienda in merito al lavoro flessibile, contro il 23% dei lavoratori indiani. Passando invece alle modalità di svolgimento, il 71% dei lavoratori spagnoli intervistati usa il proprio smartphone per lavorare in modo flessibile fuori dal posto di lavoro rispetto al 38% nel Regno Unito e al 27% in Germania.

Lo studio rivela inoltre notevoli differenze generazionali. In primis, il fatto che i giovani tendono a utilizzare le tecnologie che abilitano il lavoro da remoto, tra cui i servizi cloud, di messaggistica avanzata e video conferenza, spontaneamente e senza problemi. Ne consegue che per il 72% dei giovani tra i 18-24 anni il lavoro flessibile migliorerebbe la qualità del loro lavoro. Diversamente, tra gli intervistati oltre i 55 anni questa percentuale scende al 38%.

Il punto di vista di chi lavora in Italia

Il 40% dei lavoratori italiani coinvolti nel sondaggio non ha ancora adottato politiche di lavoro flessibile, le quali sono state invece utilizzate dal 31% dei lavoratori, posizionando l’Italia al penultimo posto tra tutti i Paesi coinvolti nella ricerca, seguita solo da Hong Kong (22%). Interrogati rispetto alla scarsa adozione di politiche di lavoro flessibile, il 38% degli intervistati risponde che esse non si conciliano con il proprio ruolo, il 43% preferisce l’attuale organizzazione, mentre il 9% pensa che potrebbe influire negativamente sulla propria carriera. Dati che fanno riflettere riguardano la percezione che i dipendenti hanno della propria organizzazione. Alla domanda “se fosse chiesto alla propria azienda di lavorare in modo più flessibile”, il 34% dei dipendenti ritiene che i vertici rifiuterebbero la richiesta, il 25% accetterebbe ma con alcuni dubbi e solo il 16% lo adotterebbe senza riserve.

Infine, il 39% ammette di non aver scelto spontaneamente di utilizzare modalità di lavoro flessibile ma perché richiesto dall’azienda, mentre il 72% degli intervistati ritiene che questa modalità abbia ampio margine di miglioramento. Il part-time (36%) e l’orario flessibile (37%) sono le opzioni maggiormente utilizzate dai lavoratori, seguite dalla possibilità di lavorare in altri luoghi, come per esempio da casa (22%). Il 42% degli intervistati dichiara di adottare regolarmente il lavoro flessibile e il 34% lavora da casa alcune volte durante la settimana, mentre il 21% lo fa una volta ogni due settimane.

Interessante notare che per il 54% degli intervistati, un miglior equilibrio tra vita privata e lavorativa è preferibile a un maggior guadagno (50%) nel momento in cui si è alla ricerca di nuove opportunità. Sia le aziende che i lavoratori, dunque, riconoscono i benefici offerti dal lavoro flessibile: per l’80% dei lavoratori migliora la propria vita personale e per il 91% dei datori di lavoro ha effetti positivi sull’azienda. Il 42% sceglie il lavoro flessibile per migliorare l’equilibrio tra la propria vita privata e quella lavorativa: in particolare, il 32% degli intervistati lo ritiene un vantaggio per occuparsi meglio della famiglia mentre solo l’8%, a pari merito, lo sceglie per evitare la routine, ridurre i costi degli spostamenti lavorando quando e dove preferisce.

Il 42% dei lavoratori che già beneficiano del lavoro flessibile ha riscontrato un miglioramento dell’equilibrio tra vita personale e lavorativa: un miglioramento che si riflette sulla produttività, dal momento che l’84% delle aziende ha registrato un incremento della produttività dei lavoratori.

Per quanto riguarda i benefici generati dal lavoro flessibile, secondo il 47% degli intervistati esso produce effetti mediamente positivi sulla propria vita. Il 48% vede invece un miglioramento per l’azienda, mentre il 60% considera il lavoro flessibile come un’opportunità sia per il business che per i dipendenti. La qualità del lavoro prodotto (59%), la soddisfazione (69%), le relazioni con i propri colleghi (56%), amici e familiari (76%), la felicità personale (75%) sono tra gli aspetti più menzionati nell’indagare i benefici del lavoro flessibile.

Lo smartphone personale si riconferma il dispositivo più usato da chi lavora fuori dall’ufficio (58%), seguito dal PC desktop (27%) e dal notebook personale (23%); da evidenziare che solo al 14% degli intervistati viene fornito lo smartphone aziendale (una percentuale che sale al 18% nel caso del notebook). Gli italiani risultano infine mediamente più tecnologici dei propri colleghi tedeschi e inglesi: il 40% utilizza soluzioni di audio e web conferencing senza problemi, il 38% di video conferencing e l’80% controlla regolarmente la mail da smartphone.

Il punto di vista delle aziende in Italia

Il 70% delle aziende intervistate ha adottato politiche di lavoro flessibile e, tra il 24% di quelle che non ne hanno ancora implementate, il 72% si mostra potenzialmente favorevole – mentre solo il 6% risulta contrario. In linea con i risultati complessivi della ricerca, coloro che lo stanno utilizzando, hanno riscontrato un aumento della produttività (84%) e un miglioramento del morale dei dipendenti (75%) e tra le pratiche di lavoro flessibile più comuni, troviamo l’orario flessibile (43%), il part-time (44%) e il lavoro ripartito (37%). Di nuovo, tra le principali ragioni che spingono le aziende a non introdurre questa pratica vengono invece evidenziati: i possibili attriti tra coloro che lo praticano e chi no (32%), il timore che i lavoratori non lavorino a pieno regime (29%) o che il lavoro non sia distribuito equamente (22%) e la mancanza di dispositivi tecnologici (18%). La scarsa confidenza con i dispositivi tecnologici, infatti, rappresenta, per molti una barriera per il lavoro da casa dal momento che il 40% non sa come utilizzare soluzioni di audio e web conferencing e il 43% le soluzioni di video conferencing.

In Italia, dal 2014, 3500 dipendenti di Vodafone possono usufruire di un modo nuovo di lavorare, focalizzato sempre più sulla responsabilizzazione delle persone, sulla collaborazione basata su fiducia e trasparenza e sui risultati del proprio lavoro, che permette di scegliere con maggiore autonomia spazi e strumenti di lavoro. "Vodafone - ricorda la compagnia - offre servizi di Smart Working per le imprese e le amministrazioni attraverso soluzioni integrate che uniscono connettività fissa e mobile a servizi di cloud computing, messaggistica istantanea e web conference, mettendo, di fatto, la propria esperienza a servizio dei propri clienti e partner".

©RIPRODUZIONE RISERVATA 08 Febbraio 2016

TAG: vodafone, smart working

SCARICA L'APP PER IL TUO
SMARTPHONE O TABLET
App Store App Store