Pressing di Trump su Apple: "Voglio un iPhone 100% made in Usa"

HI-TECH

Abbattimento dell'aliquota sugli utili, meno burocrazia e condono aggressivo sul rientro dei capitali. Così il neo presidente sta provando a convincere il ceo Tim Cook a spostare l'intera produzione degli smartphone in patria. Un processo che secondo gli analisti richiederebbe molti anni

di Andrea Frollà

“Porterò Apple a costruire i suoi computer nel nostro territorio e non in Cina. Come ci aiuta se lo fanno in Cina?”. Così parlava Donald Trump prima dell’elezione, annunciando in caso di varco della porta della Casa Bianca tempi duri per chi produce fuori dai confini nazionali. Non è un caso che i colossi americani della tecnologia siano quelli che in Borsa hanno accusato le perdite più massicce in borsa dopo il voto. Nella battaglia presidenziale contro le delocalizzazioni a rischiare di più sono soprattutto le compagnie che hanno all'estero la maggior parte delle fabbriche. Scelte dettate essenzialmente da margini di guadagno maggiori e costi di produzione minori rispetto a quanto si potrebbe ottenere in patria.

Come quelle di Apple, citata più volte da Trump durante la campagna elettorale e con il presidente Usa ha già messo in campo un'opera di moral suasion. Il gruppo di Cupertino assembla infatti i suoi prodotti in Cina, mentre i componenti vengono fabbricati principalmente fra lo stesso paese asiatico, il Giappone e Taiwan. Non stupisce se l'amministratore delegato di Apple, Tim Cook, nel duello Trump-Clinton abbia sostenuto la candidata dei democratici, organizzando anche una raccolta di fondi per l'organizzazione che ne curava la campagna elettorale.

Il rapporto tra Apple e Trump non è mai stato comunque troppo idilliaco. Basti riavvolgere il nastro all’invitato di boicottaggio dei prodotti Apple fatto da Trump a febbraio dello scorso anno, quando la compagnia ha rifiutato di concedere all'Fbi l'accesso all'iPhone di uno dei terroristi autori della strage di San Bernardino. In un'intervista concessa al New York Times lo scorso 23 novembre, Trump ha però raccontato di aver ricevuto una telefonata da Cook, al quale avrebbe promesso sgravi fiscali tali da convincerlo a produrre sul suolo americano. Il neo presidente ha raccontato di aver detto allora a Cook: “Vi daremo incentivi e credo che lo farete, faremo un taglio delle tasse molto grosso per le aziende e ne sarete felici. Tim, sai che una delle cose che per me costituirebbero un vero traguardo è quando porterò Apple a costruire un grande stabilimento negli Stati Uniti, o molti grandi stabilimenti negli Stati Uniti. Invece di andare in Cina, in Vietnam e nei posti dove andate, farete i vostri proprio qui”, L’Ad di Apple non ha mai commentato le rivelazioni di Trump e tutto quello che filtra è un laconico “capisco”, cui si sarebbe limitato il ceo.

La vision commerciale di Trump poggia su due strade percorribili: rendere più conveniente la produzione negli Usa o rendere più sconveniente quella all’estero, in particolare in Cina. Tuttavia, l'ipotesi di una guerra commerciale a colpi di dazi con Pechino dagli esiti incerti ha già reso Trump più moderato di quanto sia stato a parole in tema di protezionismo. Trump in campagna elettorale ha infatti spinto molto sull’abbassamento dal 26% al 15% l'aliquota sugli utili delle grandi aziende e di consentire il rimpatrio dei capitali detenuti dalle multinazionali all'estero con un vero e proprio “maxi condono”. Apple, se ne approfittasse, pagherebbe secondo alcune stime appena il 10% di tasse sui 216 miliardi di dollari depositati offshore. Cook ha dichiarato in passato che avrebbe riportato volentieri quelle somme in America, se solo non fosse stato per le imposte “irragionevoli, retrograde e orrende”. L’ipotesi condono potrebbe fargli cambiare idea.

In ogni caso, rispetto alla produzione degli iPhone, la maggior parte degli analisti ritiene che sarebbe impossibile per Apple spostarla integralmente negli Usa di punto in bianco. In Cina l'azienda può infatti contare su una complessa e gigantesca catena di fornitori tutti orbitanti intorno al grande polo industriale di Shenzhen. Ci vorrebbero anni per ricostruire tale sistema negli Stati Uniti. Il 21 dicembre 2015, in un'intervista alla Cbs, Cook ha inoltre spiegato che è difficile per Apple produrre in Usa anche per la scarsità di manodopera con le qualifiche necessarie. Al momento Apple produce in Usa solo un prodotto di nicchia come il MacPro. In futuro si vedrà: sicuramente la mano tesa da Trump a tutti i giganti della Silicon Valley e le prossime mosse del nuovo presidente Usa potranno spostare più di un equilibrio dentro casa Cupertino.

©RIPRODUZIONE RISERVATA 05 Gennaio 2017

TAG: trump, clinton, usa, apple, tim cook, silicon valley

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