Eu2020, la Ue: "Bisogna investire di più"

STRATEGIE

Secondo Bruxelles per raggiungere gli obiettivi del piano è necessario mettere in campo maggiori risorse e adattare i sistemi formativi alle esigenze delle imprese. Il commissario Geoghegan-Quinn: "L'Ict un must per la crescita dell'Unione"

di Federica Meta
Diffondere l’innovazione in più settori. È questa la chiave che aprirà le porte del successo alla strategia “Europa 2020” e la renderà “fonte di crescita intelligente e sostenibile”. È quanto emerge dalla relazione 2011 della Commissione europea sulla competitività dell’Unione dell’innovazione secondo cui l’Europa ha bisogno di investire di più e in maniera “più intelligente” in ricerca e sviluppo, sia nel settore pubblico che in quello privato. Ciò permetterebbe non solo di stimolare la crescita nel medio termine, ma avrebbe anche effetti anticiclici in tempi di crisi.

Oltre a una maggiore cooperazione tanto all’interno dell’Unione europea quanto a livello internazionale, si rende necessario un miglior uso dei risultati della ricerca che comprenda anche il rafforzamento del regime normativo sulla proprietà intellettuale. Occorre per prima cosa adattare i sistemi educativi alle esigenze dell’innovazione aziendale ed incoraggiare maggiormente le Pmi innovative in rapida crescita. È necessario concentrare gli sforzi in modo da migliorare il record incoraggiante che l’innovazione europea detiene nel far fronte a sfide mondiali quali i cambiamenti climatici e va colmato il divario di genere nei settori della scienza e della ricerca.

“La relazione sottolinea quanto lungo, impegnativo e accidentato sia il cammino dell’Unione dell’innovazione – sottolinea il commissario per la Ricerca, l’Innovazione e la Scienza Máire Geoghegan-Quinn - ma conferma la correttezza delle scelte politiche concordate dall’Ue per percorrerlo fino in fondo. L’attuazione dell’Unione dell’innovazione sia a livello europeo che nazionale costituisce un “must” economico, tanto importante per la crescita sostenibile quanto mettere ordine nelle finanze pubbliche”.

Nel dettaglio la relazione evidenzia come sia necessario che l’Europa acceleri gli investimenti in ricerca e innovazione. L’Unione sta avanzando poco a poco verso la propria meta, ovvero investire il 3% del Pil in ricerca e sviluppo (a fronte del 2,01% nel 2009), sebbene il divario con i maggiori concorrenti mondiali si stia facendo sempre più grande, specie perché il settore privato investe di meno in R&S. Nel 2008 il 24% dell’intera spesa mondiale in R&S è stata effettuata all’interno dell’Ue, contro il 29% nel 1995. Rispetto al PIL, le imprese investono due volte di più in Giappone o in Corea del Sud che in Europa.

In questo contesto gli esperti di Bruxelles ricordano che in tempi di crisi economica, l’accumulo di investimenti in ricerca e sviluppo ha un effetto anticiclico. I paesi che hanno aumentato gli investimenti in ricerca e sviluppo hanno maggiori possibilità di uscire dalla crisi. Nel 2009 e nel 2010, a riuscire a mantenere o ad accrescere la loro spesa in R&S sono stati rispettivamente 17 e 16 Stati membri.

Gli investimenti in innovazione devono essere però “più intelligenti”. I migliori risultati in materia di innovazione sono stati raggiunti da quanti hanno concentrato i loro investimenti in strategie di specializzazione intelligenti, mettendo assieme sia interventi sul lato dell’offerta (quali sovvenzioni pubbliche all’istruzione superiore, R&S aziendale, capitali di rischio e infrastrutture scientifiche e tecnologiche) che misure sul fronte della domanda (si pensi agli appalti pubblici per prodotti innovativi, alla standardizzazione prestazionale e alle disposizioni normative a favore dei mercati di prodotti competitivi).

È necessario, inoltre, far coincidere la formazione delle persone altamente qualificate con i bisogni delle imprese. Nell’Ue, solo il 46% dei ricercatori lavora nel settore privato (contro l’80% negli Stati Uniti). Gli Stati membri dovrebbero adattare i loro sistemi educativi per far sì che detto rapporto aumenti, garantendo al tempo stesso una migliore corrispondenza alle necessità delle imprese.

Focus anche sull’integrazione e l’internazionalizzazione della ricerca che – secondo quanto si legge nel documento - accresce la redditività degli investimenti. L’internazionalizzazione e la produzione efficiente dell’eccellenza scientifica si rafforzano a vicenda. I flussi di conoscenze intra-europei (ovvero di studenti, pubblicazioni congiunte e cooperazione per brevetti congiunti) sono un punto forte che il completamento dello Spazio europeo della ricerca contribuirà a rafforzare ulteriormente. Tali flussi sono però concentrati all’interno di un numero ristretto di paesi dell’Europa occidentale.

Un contesto “educativo” debole impedisce infatti che il sapere venga tradotto in prodotti e servizi commerciabili. L’Europa sta perdendo terreno nello sfruttamento dei risultati della ricerca. Con il 29% della produzione nel 2009, l’Ue è il primo produttore mondiale di pubblicazioni scientifiche soggette a valutazione tra pari; tuttavia, il tasso di crescita del numero di domande di brevetti “Pct” (Patent Cooperation Treaty) presentate in Giappone e in Corea del Sud è quasi il doppio di quello dell’Ue e circa la metà degli Stati membri non produce alcun brevetto “Ueb” (Ufficio europeo dei brevetti) di alta tecnologia. Occorre fare di più per offrire una gestione e una tutela dei diritti di proprietà intellettuale economicamente più vantaggiose. Il brevetto Ue, attualmente in fase di negoziazione, costituirà un importante punto di partenza.

Ma l’Europa possiede un forte potenziale in termini di invenzioni tecnologiche utili per far fronte alle sfide della società. Nel 2007 l’Ue ha rivendicato il 40% dei brevetti connessi con le tecnologie volte a contrastare i cambiamenti climatici. Ciò dimostra che investimenti mirati in ricerca e dimostrazione in settori chiave, assieme a misure intese a sostenere l’ampliamento del mercato, possono portare allo sviluppo di nuove tecnologie e innovazioni. È questo lo spirito dei partenariati europei per l’innovazione varati dall’Unione per l’innovazione.

Infine secondo il report abbiamo bisogno di Pmi più innovative e in rapida crescita. Occorre che l’Ue recuperi il ritardo accumulato rispetto agli Stati Uniti in termini di intensità di ricerca nei settori ad alta e media tecnologia. In altri termini, sono necessari mutamenti strutturali sia all’interno dei settori che tra di essi. In alcuni paesi europei, come l’Austria e la Danimarca, tali mutamenti sono già in atto e hanno consentito il passaggio ad un’economia a maggiore intensità di conoscenze. Molti di detti paesi si sono anche meglio ripresi dalla crisi economica. Tale successo è accomunato da Pmi innovative e in rapida crescita, dall’eccellenza scientifica nel settore della ricerca pubblica e da condizioni che agevolano la commercializzazione delle nuove scoperte.

09 Giugno 2011