Domini Internet: "Basta Icann, la governance passi all'Onu"

LO SCONTRO

Cina e Kenya in testa ai Paesi che stanno facendo battaglia per "detronare" l'organizzazione americana. Sotto accusa anche i costi per i nuovi suffissi aziendali, considerati troppo elevati dai Paesi emergenti

di Paolo Anastasio
La governace futura di internet viaggia sul filo del rasoio. Nell’occhio del ciclone c’è l’Icann (Internet corporation for assigned names and numbers) l’organizzazione no profit californiana che gestisce il sistema di identificazione dei siti web. Secondo il Financial Times, grandi paesi come il Kenya e la Cina si sono lamentati a più riprese del fatto che l’Icann ha troppo potere e che le sue funzioni dovrebbero passare sotto il controllo di un’agenzia ad hoc che faccia capo all’Onu, sul modello dell’International Telecoms Union (Itu).

Il pressing degli scontenti, Cina in testa, è montato ancor di più dopo che a giugno l’Icann ha dato il via libera ad un nuovo sistema di naming nel segmento aziendale: a partire dall’anno prossimo le aziende potranno registrare suffissi in concorrenza con i tradizionali .com e .net, sfruttando il loro logo, ad esempio .microsoft, .zulu, .fiat, .news. Il prezzo per la creazione di un nuovo dominio con il marchio aziendale si aggirerà intorno ai 500mila dollari, una somma contestata soprattutto da parte dei paesi emergenti e più poveri rispetto alle economie occidentali.

“Un costo del genere è difficilmente giustifcabile nei paesi emergenti”, ha detto un rappresentante governativo keniota ad un recente meeting internazionale dell’Icann.

Un’altra decisione dell’Icann duramente contestata da diversi paesi è stata quella di dare il via libera al suffisso .xxx per i siti a luci rosse.

Ma tant’è il potere decisionale dell’Icann, fondata nel 1998, è pressoché incontrastato nel settore del naming online. L’organizzazione ha un contratto con il Dipartimento Usa del Commercio, per la gestione del database della Internet assigned numbers authority, la cassaforte che contiene i nomi dei domini a livello globale (erano 192 milioni nel dicembre 2009).

L’Icann ha registrato ricavi per 65 milioni di dollari l’anno scorso, la maggior parte dei quali deriva dalla gabella di 25 centesimi di dollaro pagata ogni volta che si registra un dominio su Internet. Tutti gli utili sono tenuti in cassa in previsione di spese legali, che sono all’ordine del giorno.

“L’Icann è una delle istituzioni più strane del mondo”, dice Shawn Gunnarson, partner allo studio legale Kirton & McConkie. “E’ una corporation no profit californiana, ma nello stesso tempo ha poteri molto ampi nella gestione dei domini Internet”. D’altro canto, Gunnarson aggiunge che “non sono sicuro che la primavera araba si sarebbe potuta verificare se la gestione dei domini Internet fosse stata in mano ai governi e non all’Icann”.

“Tutti i paesi hanno problemi con l’Icann – dice Alexandre Ntoko, responsabile corporate strategy dell’Itu, l’agenzia Onu per le Tlc – Non è possibile che una corporation regolata secondo le norme di un singolo paese si muova come il coordinatore globale di Internet”. I paesi membri dell’Onu potrebbero decidere di fare qualcosa, trovando un’alternativa all’Icann. Tuttavia, il Dipartimento Usa per il Commercio, l’unico ente che esercita un certo controllo sull’Icann, non è interessata a modificare lo status quo. Anche se il contratto con l’Icann scade il prossimo mese di marzo e non è scontato che sia rinnovato.

08 Luglio 2011