SMART CITY. La rete delle cose

SMART CITY

di Carlo Medaglia*
In principio c’era la rete: calcolatori dislocati in luoghi diversi, connessi tra loro attraverso una struttura complessa fatta di cavi, righe di comando, lunghi tempi di attesa per il trasferimento dei dati. Un mondo apparentemente oscuro dietro il quale si nascondeva però una cerchia di ricercatori che avevano già intuito le potenzialità di uno strumento che permettesse di comunicare e condividere informazioni, dati, idee. La rete dei computer si è velocemente trasformata in una rete di persone, al punto che la semplice presenza online, anche non legata ad alcuna attività specifica, va assumendo sempre maggiore importanza. Adesso che il mondo della rete è sempre più parte dalla realtà, è tempo che anche le cose arrivino in rete.

La nuova rete delle cose (indicata come Internet 3.0, a partire dal libro di Bruce Sterling “Le forme del futuro”) nasce dalla combinazione di diversi elementi: tecnologici (poiché le tecnologie in grado di abilitarla sono molte e non tutte già affermate); sociali (poiché le persone vengono coinvolte come semplici utenti, come cittadini e, infine, come “consumatori”); economici (chi sono i soggetti maggiormente coinvolti nelle sperimentazioni? Chi implementa i nuovi servizi? A quale prezzo?).
Sulla definizione di “Internet of things”, quindi, le opinioni sono molte. I primi interventi sul tema risalgono all’Auto-ID Center, centro di ricerca legato al Mit. In una prima definizione questo viene connesso al concetto dell’electronic product code (Epc), un codice elettronico da applicare ai prodotti in modo che gli oggetti, interrogati da specifici lettori, comunichino tra di loro.

Ma tante via via sono le definizioni che si sono sovrapposte, provenienti da organizzazioni quali l’Ietf, in particolare per le descrizioni del protocollo IPv6, l’Etsi, il Future Internet Forum, e da consorzi di enti pubblici e imprese, come quelli creati dalle piattaforme europee Eposs (sull’integrazione degli Smart Systems) e Casagrass, o di impronta industriale come la Ipso Alliance.

Oggi la ricerca sull’“Internet of Things” è influenzata dagli sviluppi sia nei campi dell’ubiquitous network and computing sia negli studi sugli sviluppi della rete Internet. L’idea di fondo è semplice: munire oggetti della vita comune di codici in grado di essere letti da dispositivi connessi in rete, così che sia possibile identificarli univocamente e trarne differenti tipologie di informazioni.

Il naturale connubio tra Internet delle Cose e Smart Cities chiama in causa un nuovo paradigma tecnologico e sociale in cui le persone vivono in ambienti ibridi, fisici e virtuali, e sono in grado di ricevere e scambiare informazioni in qualunque momento e attraverso qualsiasi dispositivo, grazie anche alla diffusione della banda larga, delle tecnologie mobili, delle tecnologie Rfid e delle reti di sensori. Tuttavia, la realizzazione di spazi multisensoriali, ambienti multibearer e di soluzioni di infomobility, telelavoro, telemedicina, smart commerce e smart school, deve essere progettata, per lo sviluppo organico delle città intelligenti, per mezzo di piattaforme interoperabili e neutrali. Una progettazione diversa porterebbe l’utente a confrontarsi con una serie di “inutili” silos informatici ermetici, impedendogli di fruire della città nel suo complesso.

Questo è il lavoro che viene portato avanti a livello europeo da numerosi progetti tra cui vale la pena ricordare non solo quelli come Smart Santander e Peripheria che hanno un focus preciso sulle città intelligenti; ma anche quelli come IoT-A che ad un livello più alto stanno cercando di affrontare e risolvere i tanti problemi tecnologici (naming e numbering, routing, governance, privacy e sicurezza dei dati) che separano la creazione di una vera internet delle cose a partire dalle tantissime “intranet delle cose” costruite a livello globale. Proprio progetti infrastrutturali come IoT-A (20 partner e più di 12 milioni di euro di finanziamenti) stanno costruendo l’infrastruttura europea dell’internet delle cose, su cui si andranno via via poggiando le piattaforme europee tematiche, la più famosa delle quali è allo stato attuale quella portata avanti dallo Strategic Energy Technology Plan.

La strada è tracciata, l’orizzonte tecnologico ed economico sono chiari, ma adesso bisogna tornare analizzare, come detto all’inizio, quali sono le reali esigenze dei cittadini come pure quelle dei turisti, dei pendolari, dei cosiddetti “user” che vivono o attraversano una città; in modo da far sì che la città intelligente sia non solo una sfida economico/tecnologica, ma anche sociale. Dobbiamo cioè evitare che la città intelligente diventi un inutile e costoso elettrodomestico (anche se utile come volano economico) da mettere in uno sgabuzzino, ma diventi quell’infrastruttura in grado di legare tutte le cose e le persone senza soluzione di continuità ed alzare i livelli di qualità della nostra vita.

*Università La Sapienza

18 Luglio 2011