Doutta (Insead): "II governo punti sull'innovazione"

IL PROTAGONISTA

"Il Paese non è ancora riuscito a trasformare la crisi in opportunità e non ha capito  che la tecnologia rappresenta una chiave"

di Federica Meta
Centri di ricerca poco produttivi, pressione fiscale eccessiva e scarsa competitività fanno dell’Italia un modello scarsamente innovativo. La fotografia è scattata dal Global Innovation Index (Gii), il rapporto delle Business School “Insead” che ogni anno stila una classifica tra 125 nazioni di tutto il mondo in materia di innovazione e sviluppo economico. E da cui emerge come il nostro Paese proceda a zig zag nella graduatoria: situato quest’anno al 35° posto della classifica generale - al 38° nel 2010 - perde quattro posizioni rispetto al 31° conquistato nel 2009. A spiegare il perché di questo ritardo - e soprattutto cosa fare per recuperarlo - è Soumitra Doutta, docente dell’Insead considerato a livello mondiale un vero e proprio guru dell’innnovazione.
Professor Doutta cosa fare per colmare questo “innovation gap”?
Prima di tutto c’è da fare una puntualizzazione: l’Italia oscilla nella parte media della classifica, il che vuol dire che ha le potenzialità per risalire la china data la sua forza industriale e, soprattutto, il traino del made in Italy. Il vero problema non sono dunque le condizioni date, quanto piuttosto la capacità di elaborare strategie innovative in momenti di forte crisi economica, come questo che stiamo attraversando. L’Italia non riesce ancora a trasformare la crisi in un’opportunità.
Ma è davvero possibile trasformare la crisi economica in opportunità o è solamente uno slogan?
Ci sono Paesi che lo hanno fatto in passato e lo continuano a fare. La Finlandia dei primi anni Novanta, ad esempio, che aveva risentito del crollo dell’Unione Sovietica a cui era legata da forti legami commerciali. Una volta crollato l’Impero oltre la cortina ha dovuto ripensare tutto il proprio modello produttivo, puntando appunto sull’innovazione dei processi produttivi.
A suo avviso da quali basi dovrebbe ripartire il nostro Paese?
La prima azione è di tipo culturale: bisogna cambiare forma mentis e sforzarsi di pensare che ogni crisi rappresenta realmente un’occasione unica per mettere in campo grandi riforme economiche, ma anche politiche.
Qual ruolo può giocare la politica nazionale?
Le riforme politiche sono il necessario puntello per rilanciare il sistema Paese. In Italia, così come in tutti i Paesi che soffrono una crisi, c’è una mancanza di fiducia nelle leadership politiche e nelle classi dirigenti in senso più ampio. Le riforme servono a ricostruire la fiducia nelle élite, come è successo ad esempio nella Spagna post-franchista. Poi bisogna - come si legge a più riprese nel Global Innovation Index - “back to basics”, tornare alle basi.
In che senso?
C’è un settore che fa da “struttura”, da base dunque, per tutti gli altri. Mi riferisco a quello dell’educazione pubblica - scuola, università e formazione dei dipendenti pubblici - a cui devono essere destinate quote sempre maggiori di Pil come accade in Germania o nei Paesi scandinavi. Paesi che hanno scommesso sul capitale umano come fattore di crescita e hanno vinto, non c’è dubbio. Contestualmente è necessario aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo nelle università in modo da facilitare le sinergie con il tessuto produttivo nazionale che - specie in Italia dove le Pmi sono l’architrave del sistema - ha bisogno di un canale preferenziale per dialogare con i migliori cervelli del Paese.
Ha fatto riferimento alle piccole e medie imprese come architrave dell’economia italiana. Non crede che la loro difficoltà a crescere e diventare “grandi” possa rappresentare un grande ostacolo per la ripresa?
La questione non va affrontata in termini di grandezza, semmai in termini di capacità di competizione a livello nazionale e globale. La Silicon Valley pullula di start up o micro-aziende che però sono altamente competitive anche a livello globale, nonostante le dimensioni ridotte. Ma lì l’alto livello di competitività è legato al fatto che la vita di chi vuole fare business è decisamente più facile.
In Italia non lo è.
No, nel vostro Paese le imprese sono strozzate da una burocrazia costosa e inefficiente che, oltre ad impattare negativamente sul tessuto produttivo locale, scoraggia anche gli investimenti esteri. Siete penalizzati (nella classifica stilata dall’Insead l’Italia occupa l’85esima posizione per contesto favorevole agli investimenti, ndr) dagli elevati costi necessari per avviare un’impresa e dell’enorme pressione fiscale che grava sui profitti, più bassa soltanto di Brasile, Algeria, Colombia, Bolivia, Tajikistan e Argentina. Ecco, alleggerire la burocrazia è un’azione da realizzare. In un contesto siffatto l’innovazione deve diventare un imperativo di governo ovvero entrare di diritto nelle politiche economiche, da qualunque parte politica esse provengano. Ma per farlo c’è bisogno di classe dirigente giovane. Se in Italia continuate ad affidarvi a “grandi vecchi” non avrete mai figure di spicco come Barack Obama o un David Cameron a trainare il cambiamento e, di conseguenza, incontrerete sempre più difficoltà ad innovare.
Rispetto alle strategie di innovazione, l’Unione Europea come può essere utile?
Bruxelles può fare da punto di incontro tra i Paesi meno innovativi e quelli più innovativi e fare in modo che gli uni imparino dagli altri. Nel Vecchio Continente ci sono realtà ad alto tasso di innovazione: nella prima e seconda posizione del Global Innovation Index figurano rispettivamente la Svizzera e la Svezia e tra le prime dieci posizioni quattro sono occupate da Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito. La maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea si collocano tra i primi trenta, anche grazie al recente ingresso di Estonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Cipro e Slovenia che registrano straordinarie performance.
Internet ha da poco compiuto 20 anni all’insegna del Web 2.0 e di Facebook & co. diventati “pilastri” della Rete. Quale ruolo possono svolgere i social network nell’economia?
I social network offrono alle aziende nuovi strumenti di marketing, utili a far conoscere meglio ai clienti il loro marchio e i loro prodotti: le tecniche del marketing virale permettono di raggiungere grandi masse di consumatori con una rapidità prima inimmaginabile. Inoltre Facebook & co. possono rappresentare un prezioso strumento per creare un rapporto più costruttivo con gli stakeholder interni e esterni: azionisti, dipendenti, clienti. Ibm, ad esempio, usa le piattaforme di social media per coinvolgere migliaia di suoi dipendenti sparsi nel mondo nelle sue decisioni strategiche. Infine i social network hanno insegnato alle aziende ad accelerare i loro processi interni: ci sono aziende che usano sistemi simili a Twitter per ottenere dei feedback immediati sulle loro decisioni chiave.
Lei cosa direbbe alle piccole e medie imprese italiane per convincerle della bontà del Web?
Direi che il Web è un dono, una benedizione, che Internet è “la grande livellatrice”: su Internet nessuno sa se sta dialogando online con una piccola impresa o con la filiale di una grande multinazionale. E qualsiasi impresa, per quanto piccola, ha accesso allo stesso mercato globale online di un grande gruppo. Ciò detto, è però certo che le piccole imprese devono fronteggiare difficoltà maggiori delle grandi. Intanto perché non hanno, per forza di cose, uno staff dedicato. Molti di questi problemi saranno risolti dalla tecnologia stessa: il cloud, ad esempio, consente di avere Ict all’avanguardia a basso costo. Ma su altri fronti, più strutturali, sarebbe bene che le imprese ricevessero supporto dai governi, dalle istituzioni. Sarebbe utile, ad esempio, che pubblico e privato creassero delle partnership per aiutare le piccole imprese a superare il gap tecnologico.

28 Novembre 2011