Frullone (Fub): "Servono ingegneri umanisti"

L'INTERVISTA

Il direttore delle ricerche della Fondazione Ugo Bordoni: "L'Italia ha bisogno di nuovi skills per dare slancio all'Ict". Le figure professionali del futuro dovranno saper garantire una vision trasversale per decrittare i bisogni della connected society

di Alessandro Biccari

«Ingegneri umanisti» per costruire il futuro dell’Ict in Italia. Mario Frullone, direttore delle ricerche della Fondazione Ugo Bordoni (Fub), non ha dubbi sulla necessità di rivedere il percorso formativo degli ingegneri, improntandolo ad un’interdisciplinarietà che possa davvero contribuire al cambiamento e spingere le imprese, ancora troppo “indolenti”, ad aprirsi a prospettive nuove. Ma è un cambiamento che va accompagnato da una serie di azioni parallele che devono coinvolgere anche lo Stato e gli operatori del settore. Punto di partenza la ricerca condotta da Fub e Cotec nel periodo aprile-agosto 2011, dal titolo “Il ruolo del capitale umano nel settore Ict”. Emerge che in Italia non mancano risorse professionali adeguate, ma è piuttosto la domanda delle imprese ad essere carente. A fronte di 36mila laureati all’anno in ingegneria (il 12% del totale), il fabbisogno professionale è di circa 20mila unità. Lo studio mette in evidenza inoltre che a tre anni dal conseguimento del titolo, il tasso di disoccupazione è del 2,6%, ben al di sotto dei valori percentuali riscontrati in altri settori, e che solo la metà degli ingegneri svolge mansioni che richiedono l’uso di competenze acquisite durante il percorso formativo. O, per usare le parole di Frullone, “non adeguatamente utilizzati”. 

Come si può invertire il trend?

C’è bisogno di una serie di azioni parallele. La prima riguarda le università che devono offrire, oltre a una formazione tecnica, anche un’interdisciplinarietà che oggi forse non c’è. Chi si laurea in ingegneria proviene da istituti tecnici straordinariamente preparati, ma da sola non basta. Serve andare verso la contaminazione, l’interdisciplinarietà. Verso un ingegnere umanista.

Cosa intende per ingegnere umanista?

Un professionista in grado di interpretare le esigenze della società. Il futuro dell’Ict è nella sua pervasività: dobbiamo conoscere e saper interpretare più settori, pubblica amministrazione, economia, medicina. La verità è che non dobbiamo realizzare nuove infrastrutture o tecnologie, sostanzialmente le abbiamo già. Oggi abbiamo soprattutto bisogno di ingegneri in grado di decodificare i nuovi bisogni della società. E l’università deve favorire questo.

Dalla ricerca è emerso però che il problema è soprattutto legato alle imprese.

Serve una maggiore attenzione da parte delle imprese che sono indolenti, ancora troppo resistenti al cambiamento. La competizione avviene su scala globale, ma da quello che notiamo l’Italia è indietro rispetto ad altri Paesi sul fronte dell’e-commerce e dell’online. Alle associazioni di categoria chiediamo per questo una maggiore rapidità. Diciamo anche che si nasconde una certa pigrizia, che va snidata. Devono lasciarsi aiutare dagli ingegneri a crescere, il loro contributo sarà un forte traino per le imprese.

Uno sforzo in più da parte di imprese e mondo universitario: ma chi tra queste può davvero guidare il cambiamento?

Ritengo che l’università sia culturalmente e strutturalmente più pronta a intervenire nel momento formativo. Sarà l’ingegnere umanista a modificare il tessuto produttivo, a promuovere un aggiornamento tecnologico. Ma le imprese devono aprirsi a questa prospettiva.

Quale ruolo hanno le istituzioni?

Devono favorire una crescita culturale nell’Ict, tale da superare il digital divide. In Italia sono ancora pochi quelli che utilizzano Internet, ma bisogna forzare il cambiamento per progredire.  

Con quali strumenti?

Per esempio attraverso l’informatizzazione dei servizi pubblici. Non dobbiamo fare investimenti clamorosi. Sono processi a costi nulli. La scusa che la banda larga non arriva dappertutto è debole. Con il digitale terrestre abbiamo verificato che un adeguamento è possibile. Non possiamo bloccare questi processi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA 05 Maggio 2012

TAG: mario frullone, fondazione bordoni

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