Rivoluzione crowdfunding

INNOVAZIONE DIGITALE

Negli Usa spopola, in Italia si affaccia con il Decreto sviluppo: sarà un vero assist per le Pmi?

di Giovanni Iozzia

Un tempo la chiamavano colletta. Poi diventò microcredito. Adesso si dice crowfunding. Il finanziamento che viene dal basso, dalla folla, è un fenomeno che dagli Stati Uniti avanza verso l’Italia, grazie allo sviluppo del social web (e della conseguente “cultura della condivisione”) e al progressivo riconoscimento legislativo che sta facendo emergere un’attività finora sommersa e limitata a una ristretta schiera di adepti. Le cose stanno cambiando e gli effetti sono destinati a farsi sentire nella raccolta del credito per le imprese, soprattutto nel settore dell’innovazione digitale e della tecnologia.

Negli Stati Uniti il giovane Jason Best in un anno e mezzo ha convinto il presidente Obama a legalizzare il crowdfunding con il JobsAct firmato lo scorso aprile. La Sec sta definendo i dettagli operativi e da gennaio 2013 si comincia. Le previsioni parlano di circa 3 miliardi di dollari che si potrebbero liberare a vantaggio delle start up e delle Pmi. Sì, perché negli Usa l’obiettivo è dare una spinta finanziaria alle Pmi. In Italia, patria delle Pmi, per il momento si sta pensando solo alle nuove imprese innovative, grazie al lavoro della task force istituita dal ministro Corrado Passera. L’articolo 30 del Decreto Sviluppo 2.0, appena pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, prevede la “Raccolta di capitali di rischio tramite portali on line”. La Consob dovrà definire come, nei tre mesi successivi alla conversione del decreto in legge. Molto dipenderà dall’attuazione di un provvedimento che nell’ecosistema dell’innovazione digitale è stato accolto positivamente. Quanti soldi si potranno raccogliere per ogni start up con il crowdfunding? Quanto ogni investitore privato potrà rischiare? Come potranno essere sollecitati gli investimenti? Sono alcune delle domande che attendono risposta.

Ma la strada è aperta. Lo ha indicato Crowdfuture, prima convention italiana sul crowdfunding (www.crowdfuture.net), caduta nel momento giusto: una giornata intensa (si è svolta il 27 ottobre a Roma), tra interventi di pionieri italiani e internazionali e workshop operativi che spaziano dal no profit ai giochi, fino alla ricostruzione delle zone terremotate. Perché lo strumento non ha confini e non ha un unico modello di funzionamento. Si va dalla semplice ricompensa alla partecipazione finanziaria e societaria per chi finanzia un progetto. Ed è quest’ultima, naturalmente, la frontiera più interessante per il sistema economico. Anche perché negli Usa sono ormai numerosi i casi di raccolte milionarie.

Se le radici storiche si possono ritrovare nel Settecento con l’Irish Loan Fund di Jonathan Swift, considerato il padre del microcredito, il termine crowdfunding è molto recente: è stato coniato da Michael Sullivan soltanto sei anni fa. Dal 2006 è stato un crescendo, parallelamente all’evoluzione dei social netwkork, con un’accelerazione decisiva data dalla nascita di Kickstarter nel 2009. Scoppia il fenomeno, si diversificano obiettivi e modalità, si  moltiplicano le piattaforme. Il più recente report di Crowdsourcing.org ne conta circa 452 nel mondo, la metà in Europa. In Italia sono meno di 10, tutte neonate (hanno poco più di un anno), tranne produzionidalbasso.com, che è stata la prima, e Kapipal (Capital + Pal) di Alberto Falossi, autore del Kapipalist Manifesto che al primo punto recita: i tuoi amici sono il tuo capitale.

È questo il principio di una nuova economia sociale nella quale si stanno sviluppando le più recenti iniziative: Eppela, ShinyNote, SiamoSoci, Starteed. Dalla quantità di amici dipende il capitale, che richiede un requisito chiave, la fiducia, e un sistema di accreditamento virale: il passaparola. Man mano che il meccanismo si diffonde nascono le piattaforme specializzate (come, per esempio, Cineama.it o Musicraiser.com). È la “Crowdfng Revolution”, come recita il titolo del libro di Dan Marom, volume di riferimento di cui si attende la nuova edizione per fine anno. Marom, consulente e ricercatore in Finanza presso la Hebrew University di Gerusalemme, è stato uno dei primi a vedere la portata del crowdfunding per la finanza d’impresa.

La rivoluzione non riguarda solo le start up. “Ciò che queste reti consentono di fare, e che le banche non possono (o non vogliono) fare, è lasciare che le persone associno i propri investimenti ad individui o cause in cui credono”, scrive Dan Tapscott nel suo beststeller Wikinomics. Ecco, le banche. Dal 2008 il flusso di finanziamenti alle Pmi si è notoriamente ridotto. “Il crowfunding può rappresentare una soluzione al credit crunch”, conferma Andrea Giotti, direttore generale di Eurogroup, di cui fa parte Eurofidi, il maggiore confidi italiano. “Dal 2013 cominceremo un’attività sperimentale di garanzia su finanziamenti di privati. Con un limite: solo il 10% della nostra attività può essere extrabancario”. Significa circa 300 milioni di euro che potranno essere raccolti tra gli “amici” delle Pmi. Fino a quando non interverrà una modifica legislativa, di cui si comincia a discutere. Ma è un altro spiraglio che si apre per il crowdfunding. E per la finanza d’impresa di nuova generazione.

P.S: Ovviamente la convention

“Crowdfuture” è stata finanziata

con una campagna di crowdfunding

organizzata su Eppela.com

©RIPRODUZIONE RISERVATA 29 Ottobre 2012

TAG: crowdfunding, jason best, corrado passera, decreto sviluppo, jobsact, consob, crowdfuture, irish loan fund, jonathan swift, michael sullivan, kickstarter, crowdsourcing.org, alberto falossi, kapipal, kapipalist manifesto, eppela, shinynote, siamosoci, starteed, dan marom, crowdfng revolution, hebrew university, dan tapscott, wikinomics, andrea giotti, eurogroup, eurofidi

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