Crowdfunding in crescita in Italia, ma servono regole certe

LA RICERCA

In attesa delle norme a cui sta lavorando la Consob, il numero delle piattaforme attive arriva a 16. Vince il modello "reward based" che prevede la partecipazione a un progetto con una ricompensa

di Luigi Ferro

Le piattaforme attive sono 16 e altre cinque sono in fase di lancio. Il crowdfunding italiano, secondo una ricerca di Daniela Castrataro e Ivana Pais dell’Università Cattolica di Milano sono attive anche se il quadro regolatorio non è ancora chiaro e su quest’area del mondo Internet pesa l’intervento della Consob che dovrebbe arrivare a breve.

Di queste sedici piattaforme otto appartengono al modello reward based, cinque si occupano di donazioni, una appartiene al modello equity based e due al social lending. Per reward based si intende la partecipazione a un progetto con una ricompensa. Particolarmente utilizzato per musica e arte in generale si traduce nella partecipazione alla produzione di un cd per ricevere poi il prodotto finito.  

L’equity based prevede invece l’acquisto di partecipazioni azionarie di una società che sta muovendo i primi passi. E’ il caso del microbirrificio scozzese Brewdog che ha lanciato un’Offerta pubblica d’acquisto online raccogliendo 750mila sterline in cinque mesi. Per social lending si intende invece i prestiti tra privati come quelli di Zopa oggi diventata Smartika.

Fondatori e Ceo delle 12 piattaforme che hanno risposto all’indagine hanno un’età tra i 30 e i 50 anni, “anche se la media scende nel campo del rewardbased dove oltre metà degli intervistati ha un’età inferiore ai 35 anni”. Si tratta di persone che hanno maturato esperienze professionali negli ambiti di intervento delle loro piattaforme oppure nella comunicazione. Oltre il 70% ha un titolo di studio equivalente o superiore alla laurea. Tra i soci, le donne sono l’8% del totale; l’età è compresa tra i 26 e i 51 anni, la media è 39 anni; l’85% sono laureati; il 69% si sono conosciuti in contesto professionale, solo uno per parentela, la quota restante attraverso amici comuni.

Complessivamente hanno ricevuto oltre trentamila progetti di cui oltre il 75% sono andati al social lending, mentre quelli approvati sono stati quasi novemila  di cui il 28% ha avuto buon esito.

Il valore complessivo dei progetti finanziati è pari a 13 milioni, a cui concorrono in misura rilevante le piattaforme di social lending (78%) e equity-based (15%). Solo il 7% del valore totale dei progetti finanziati è da imputarsi al reward-/donation-based crowdfunding.

I progetti ricevuti dalle piattaforme reward-based e donation-based sono quasi 3.000. Circa 1.700 sono stati accettati e di questi il 22% è stato finanziato con successo, per un totale che sfiora il milione di euro. I progetti ricevuti dalle piattaforme di social lending sono oltre 26.000, di cui oltre 5.000 accettati. La percentuale di prestiti erogati con successo è circa il 35% (1855) per un totale di oltre 10 milioni di euro.

La piattaforma di equity-based si ferma a 2 milioni di euro finanziati.

I progetti di reward-based/donation-based crowdfunding sono riusciti a raccogliere finora una media di quasi 2600 euro a progetto. Più alti i numeri del social lending che arrivano a 4.150 euro a progetto. Ma il top si raggiunge con l'equity based/angel investing che vanta una media di 250 mila euro a progetto.

I vari player presenti sul mercato si muovono all’interno delle norme previste dal decreto crescita che sono viste come vincolanti e potenzialmente dannose perché troppo in anticipo rispetto al mercato. Oltre alle preoccupazioni relative alla mancata attuazione del quadro regolatorio viene sottolineata la grande visibilità data all'equity crowdfunding, mentre in ombra rimane il reward based per il quale, secondo alcuni degli intervistati, sono necessarie linee guida dal punto di vista legale e fiscale.

Il quadro normativo rimane una delle principali criticità del mercato alla quale si affianca la difficoltà di comprensione dei principi base del crowdfunding da parte dei progettisti, mancanza di strategie alla base delle campagne di raccolta fondi, resiste il mito del 'basta mettere online', con la difficoltà a reperire progetti di qualità. Il sistema non è ancora ben compreso tanto che si parla di mancanza di cultura otre che di scarsa propensione alla donazione da parte degli italiani.

Il networking con gli addetti del settore non è facile e permangono difficoltà tecniche soprattutto per quanto riguarda i sistemi di pagamento.

“Alcune piattaforme – concludono i ricercatori - ammettono di fare ben poco per venire incontro a queste difficoltà. Tuttavia sembra che stia emergendo sempre di più la consapevolezza della necessità di fare evangelizzazione ed educazione. Alcune piattaforme hanno dichiarato di essere molto attive sotto questo aspetto, organizzando e partecipando a incontri e eventi pubblici per promuovere la propria piattaforma e la cultura del crowdfunding, cercando di mettersi in contatto diretto con le organizzazioni che presentano progetti”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA 31 Gennaio 2013

TAG: crowdfunding, università cattolica milano, Daniela Castrataro, Ivana Pais

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