Il digitale "salva-professionisti"

POLIMI

La crisi non risparmia nessuno, nemmeno i commercialisti. Ma le nuove tecnologie possono diventare un valido strumento per rilanciare l'attività. Paolo Catti (Polimi): "Gli studi devono adottare nuovi modelli di lavoro, anche in mobilità, e nuovi approcci al mercato"

di Claudio Rorato

La crisi, al pari della “livella” di Totò, non risparmia nessuno. Nemmeno chi, come i professionisti, nell’immaginario collettivo, rappresentano categorie “privilegiate” al riparo da tutto e da tutti. Ma così non è. Qualcuno ha chiuso i battenti, altri hanno ridotto l’organico. Per un piccolo studio un paio di parcelle non incassate dai clienti e il destino è segnato. È quasi normale ascoltare commercialisti, che raccontano di clienti storici ai quali non se la sentono di “chiudere i rubinetti” dei servizi di contabilità.

E allora si prosegue anche se da un paio d’anni non si incassa quanto dovuto. Non è un caso, allora, che le operazioni di M&A, che coinvolgono gli studi di commercialisti, siano in aumento. Come pure l’intervento di gruppi stranieri che calano in Italia a “fare la spesa” di piccole o medie realtà professionali con portafogli interessanti. Commercialisti e imprese, un destino legato a filo doppio, com’è nella logica delle cose. Ecco perché se si parla dei primi, in realtà non si può fare a meno di parlare dei secondi. In questo contesto i 113 mila commercialisti e anche gli altri professionisti, possono vedere nelle Ict un alleato che aiuta a combattere la crisi? La risposta non può che essere affermativa: la tecnologia informatica aumenta la produttività, migliora l’efficienza globale di un sistema e riduce i costi di gestione. “Per uno studio che gestisce la contabilità dei clienti, fare la conservazione digitale dei documenti - spiega Paolo Catti, responsabile della Ricerca dell’Osservatorio Ict&Commercialisti della School of Management del Politecnico di Milano - può significare risparmi pari a oltre il 20% del fatturato. Senza contare tutta la mole dei dichiarativi che, per legge, gli studi devono stampare e conservare. Qualche esempio per essere più chiaro: per le fatture passive la registrazione automatica e la loro conservazione digitale significa da 2 a 4 euro di risparmio; per quelle attive la sola conservazione digitale produce risparmi da 1 a 3 euro a documento”.

La digitalizzazione dei documenti rappresenta lo strumento ideale per difendere i margini? Sì, ma non solo. Può essere anche la leva per offrire nuovi servizi e migliorare la fedeltà dei clienti. Passare dalla gestione di un documento cartaceo a uno digitale significa ridurre sensibilmente almeno tre componenti di costo: i tempi di lavorazione - senza valutare la riduzione degli errori - gli spazi dedicati agli archivi cartacei, i materiali di consumo, che comprendono carta, toner per stampanti e fax, manutenzioni delle attrezzature. In un periodo in cui è difficile espandere i ricavi, l’attenzione verso il contenimento strutturale dei costi aiuta a difendere la marginalità e, magari, contribuisce pure a creare occasioni per dare più servizi ai clienti.
“A livello generale - continua Paolo Catti - l’ambito dei commercialisti è ancora di matrice tradizionale: gestione di contabilità e grandi quantità di dichiarativi. Le tecnologie digitali sono mediamente poco diffuse e non utilizzate per erogare nuovi servizi o gestire il lavoro anche in mobilità. Sono necessari nuovi modelli di lavoro e nuovi approcci al mercato, abilitati e addirittura costruiti a partire dalle tecnologie digitali”.
Il cambiamento è, però, un percorso che passa attraverso alcune fasi, tra cui il ricambio generazionale, l’alfabetizzazione informatica, l’apertura culturale verso nuovi schemi gestionali. Non basta una norma per cambiare una cultura, ma occorrono programmi. Formazione e incentivi specifici sono i temi che le autorità politiche centrali e territoriali - camere di commercio, ordini professionali, associazioni di categoria - devono portare avanti. Il rilancio dell’economia passa certamente attraverso il sostegno diretto alle imprese. Non dimentichiamo, però, che il risultato può essere potenziato agendo anche su chi gravita intorno alle aziende, come parte integrante di un sistema più ampio.

I commercialisti siedono nei consigli di amministrazione, nei collegi sindacali, sono revisori dei conti, gestiscono le contabilità di tante imprese di micro e piccola dimensione - spina dorsale dell’economia nazionale - spesso sono a fianco dell’imprenditore coi loro consigli sulle strategie da seguire. Perchè trascurare il fatto che, anche tramite loro, si può influenzare positivamente l’impresa sulla strada della diffusione delle tecnologie digitali? Perché se si parla di commercialisti, si parla di impresa!

©RIPRODUZIONE RISERVATA 08 Giugno 2013

TAG: COMMERCIALISTI, PAOLO CATTI, POLITECNICO DI MILANO

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