Rossi (Oracle Italia): "Primo: innovare"

IL PROTAGONISTA

Il numero uno della filiale italiana: "Il digital gap è un freno ma soprattutto un problema culturale. C'è un problema di connettività - è vero - ma soprattutto un problema di alfabetizzazione informatica"

di Matteo Buffolo
In un momento di crisi, e anche nel momento in cui la crisi sembra iniziare a essere dietro le spalle, la strada da perseguire è una sola: cercare di aumentare la propria competitività. Ne è convinto Sergio Rossi, amministratore delegato di Oracle in Italia, che grazie alla pervasività del software dell’azienda fondata da Larry Ellison 32 anni fa, entra in moltissime imprese italiane. “In un momento di crisi e di attenzione ai costi, è importante sapersi muovere con intelligenza. Bisogna puntare sulla business intelligence, che vuol dire puntare sulla capacità di avere più informazioni e saperle gestire meglio”. Un’area che può garantire un’innovazione e risultati nel breve periodo, per “cambiare le regole del gioco”: non a caso Oracle, a Open World, ha annunciato che per le Fusion Application che usciranno nel 2010, la business intelligence sarà fra gli elementi distintivi insieme all’architettura Soa.
Si sente spesso parlare di competitività come di un problema dell’Italia a livello Paese. Cosa possono fare le imprese per aumentare la loro competitività?
Innovare, e farlo proprio dove possono avere un ritorno più immediato. Un ritorno che magari permetta loro non solo di posizionarsi meglio sul mercato di riferimento, ma anche di conquistarne gli altri. Quindi, come detto, la business intelligence di sicuro: e infatti è fra i settori che non hanno sentito la crisi. E poi ci aggiungerei, oltre alla gestione delle informazioni, la capacità di recuperarle e gestirle in tempi più rapidi. Ad esempio, come Oracle, noi abbiamo lanciato un nuovo hardware, Exadata. Il punto significativo è che cambia il paradigma di riferimento, perché consente di avere una riduzione significativa nei tempi di risposta durante la ricerca di un’informazione, che si può abbassare anche di 20-30 volte. Questo ovviamente consente di cambiare anche il modo in cui si utilizza l’informazione ottenuta, creando magari nuove possibilità per affacciarsi sul mercato.
Un servizio che magari potrebbe essere erogato anche as-a-service, come sempre di più è richiesto nel mondo.
La declinazione è duplice: noi la vediamo nella capacità di virtualizzare e di erogare servizi in questa modalità. Questo è quello che noi chiamiamo la nostra capacità di fare cloud computing. Che può essere un cloud in cui si erogano servizi in modalità pubblica oppure aziende che utilizzano i nostri prodotti e si realizzano dei propri cloud computing, se hanno una massa critica sufficiente. 
Di sicuro, per uno sviluppo sempre maggiore di queste modalità, serve un’infrastruttura di base adeguata. E in questo momento la banda larga e i fondi dedicati al suo sviluppo sono sulla bocca di tutti.
Senza dubbio è necessario un piano che vada nella direzione di una maggior diffusione della banda larga per abbattere il digital divide, che è un freno importante. Che siano gli 800 milioni o un altro piano, il Paese deve andare in questa direzione. Ma il digital divide è anche e prima di tutto un problema culturale, ovvero la capacità di usare determinati servizi che già ci sono. C’è un problema di connettività, ma c’è soprattutto un problema di alfabetizzazione informatica: ad oggi abbiamo una popolazione che ha ancora una certa resistenza all’introduzione delle tecnologie informatiche di base e questo è un tema che deve richiedere lo stesso livello di attenzione e che deve essere diffuso tanto e più della banda larga.
Si potrebbe dire che non è il broadband la priorità?
La banda larga è una necessità, ma allo stato attuale lo è più per le aziende, soprattutto quando devono andare sul mercato con certi servizi per cui è fondamentale. Ma c’è un’ignoranza sull’utilizzo dei servizi di base. Per questo, in questo momento, vedrei come molto importante un piano di abbattimento del digital divide che vada a portare la conoscenza in maniera più diffusa, soprattutto nei confronti della terza età. Come abbiamo insegnato a queste persone a usare il telefono cellulare, anche in modalità basic, secondo me ci deve essere la possibilità di diffondere e insegnare anche questo. Da qui, partirebbe un circolo virtuoso. E provocatoriamente non credo che ci sia un’arretratezza sia offerta di servizi su Internet, quanto piuttosto una scarsa propensione all’utilizzo.
Un volano in questo senso potrebbe arrivare dalla pubblica amministrazione.
La PA è un’area assolutamente rilevante e interessante. È una delle aree dove la tecnologia può avere un ruolo di abilitatore al cambiamento fondamentale: ho visto il piano e-Gov 2012, e mi pare che abbia perfettamente recepito questa possibilità, ovvero la possibilità dell’IT di aiutare questo cambiamento. Gli stessi concetti di quick-in espressi dal ministro Renato Brunetta sulla scuola, sulla sanità e sulla giustizia sono rilevanti. Lo sono perché individuano subito modalità per avere un  ritorno, dei risultati di utilizzo.
E quali risultati potrebbe portare il piano e-Gov?
Si torna al punto iniziale: in senso lato quando parliamo di innovazione del privato si parla di competitività. Anche per la PA si può ragionare in questo senso e allora si va a parlare di aumentare il livello di servizio verso i cittadini: questa deve essere la leva abilitante, una leva che renderebbe un investimento in questo senso un’azione anticiclica in un momento di criticità dell’economia. È un discorso assimilabile agli investimenti infrastrutturali, che oggi un Paese deve abbinare a quelli tecnologici per ottenere poi un effetto anticlico. A patto però che la PA faccia proprio il concetto di sistema, ovvero la capacità di capitalizzare le esperienze pregresse, utilizzando dei piani di riuso, che anche Lucio Stanca, quando era ministro, aveva lanciato. Sono da abbattere le barriere politiche, ci deve essere dialogo fra i vari enti e a questo dialogo deve essere unita una governance centrale che individui le best practice e fornisca le linee guida. In questo, aziende come Oracle, non devono mettere un contributo solo di prodotti, ma fornire anche delle competenze, scambiando esperienze in laboratori tematici e centri di competenza, come a noi è per esempio successo nel caso della Regione Puglia.
Se da un lato le aziende possono offrire molto al pubblico, magari sarebbe utile che il pubblico offrisse qualcosa alle aziende...
In questo io sposo in pieno la linea del presidente di Assinform, Paolo Angelucci. L’IT è il quarto comparto industriale italiano, con un contributo al Pil superiore all’automotive. E soprattutto, è un comparto labour-intensive: se si decide che disoccupazione e mantenimento dei posti di lavoro qualificati sono temi fondamentali, misure di supporto come la “rottamazione” del vecchio software potrebbero essere molto importanti.

23 Novembre 2009