Barriere cinesi per l'Ict. Bruxelles non ci sta

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Pechino si prepara ad approvare una legge per tutelate la tecnologia made in China. La Camera di commercio europea sul piede di guerra: si limita l'accesso al business

di Patrizia Licata
Le associazioni che rappresentano gli interessi dell’Ict in Europa dichiarano guerra alla politica protezionistica cinese: Pechino sarebbe infatti in procinto di approvare una nuova legge che favorisce la tecnologia made in China rispetto all’innovazione che arriva dall’estero. Le aziende e le fonti diplomatiche hanno rivelato che Bruxelles sta facendo pressione sulle controparti cinesi per ostacolare con azioni di lobby la nuova legge per gli approvvigionamenti pubblici che avvantaggia la tecnologia nazionale.
In base alla nuova legge, almeno alcune delle parti che compongono un prodotto o una tecnologia devono essere sviluppate localmente per poter partecipare alle gare del governo.

La Missione cinese presso l’Ue (Chinese Mission to the European Union) ha fatto sapere che tale legge non rappresenta un indirizzo di politica macro-economica e ha chiesto ulteriori informazioni. I diplomatici cinesi hanno spiegato che ci saranno diversi ministeri che potranno applicare la norma e stanno cercando di capire quali enti sono interessati.

Il concetto di “innovazione indigena” è stato per la prima volta introdotto in Cina nel 2005, ma la nuova legge viene di fatto a codificare il crescente protezionismo cinese nel settore Ict. Anche se il premier Hu Jintao ha assicurato che le aziende europee potranno godere di un ambiente di business favorevole, anche dal punto di vista fiscale, la nuova legge, dicono i rappresentanti dell’industria Ue, sembra dimostrare l’opposto. Le aziende si lamentano anche della mancanza di trasparenza delle gare per l’approvvigionamento pubblico in Cina. “Le nostre imprese trovano difficoltà a raggiungere i requisiti richiesti da questa legge", ha dichiarato James Lovegrove della filiale europea di TechAmerica.

Nonostante la recente apertura della Cina agli affari con le aziende straniere, i governi e i rappresentanti industriali dell’Occidente sostengono di non poter competere nel Paese asiatico a pari livello con le controparti locali. Il Parlamento europeo, preoccupato dal crescente trend protezionistico di Pechino, ha votato a febbraio la presentazione di una richiesta alla Cina per rimuovere le barriere agli scambi equi con l’estero. A giugno, però, il governo cinese ha confermato la sua linea politica invitando gli enti pubblici ad acquistare di preferenza beni made in China. Il nodo del libero scambio con la Cina è stato al centro del China-Eu Summit di maggio a Praga, dove è stata decisa la creazione di un centro per le Pmi europee in Cina (European Sme centre), con sede a Pechino, che aprirà entro la fine dell’anno.

A settembre, la Camera di commercio europea in Cina è tornata a porre l’accento sulle restrizioni per il business delle aziende straniere che operano in Cina e ha denunciato un rallentamento del progresso delle riforme nel Paese. Il presidente della Camera Joerg Wuttke ha spiegato che in molti settori l’intervento del governo è sempre più pesante, mentre aumentano le restrizioni agli investimenti stranieri. Nella sua position paper per il 2010, la Camera di commercio europea accusa le autorità cinesi di usare le procedure di certificazione e la regolamentazione tecnica per limitare di fatto l’accesso al mercato e in alcuni casi di escludere del tutto le aziende a partecipazione straniera da determinati settori. 

11 Dicembre 2009