Web record cinese. Utenti a quota 400 milioni

INTERNET

A quota 384 milioni gli internauti cinesi. La maggior parte sono a fianco del governo nella sua volontà di controllare il web. E’ proprio qui che si combatte la nuova guerra tra Cina e Usa: i cyberattacchi pilotati da Pechino contro Google sono stati un modo, secondo Repubblica, per riaffermare la propria sovranità sullo spazio virtuale

di Patrizia Licata
Secondo il China Internet information center - ente sovvenzionato dal governo - la popolazione di utenti Internet della Cina – già la più grande del mondo – ha raggiunto un nuovo record nel 2009, con 384 milioni di navigatori. Gli internauti del Paese asiatico sono cresciuti l’anno scorso del 28,9%. In pratica, si sono aggiunti 86 milioni di nuovi fruitori, più del totale dell'intera popolazione tedesca, nota Affari e finanza di Repubblica, che riporta i dati. E lo spazio per crescere è ancora enorme, visto che gli internauti rappresentano ancora solo il 29% della popolazione cinese.

Un dato interessante è che, secondo il report dell’ente governativo, l’8% dei navigatori cinesi del web usa esclusivamente il cellulare per andare su Internet, numero raddoppiato nel 2009. La crescita spettacolare degli utenti ha portato tuttavia a un’ulteriore rafforzamento del controllo delle autorità di Pechino sull’uso della Rete, costantemente monitorata da un nucleo di cyberpolizia formato – dicono gli esperti – da almeno 40mila agenti impegnati nella lotta a siti violenti, pornografici ma soprattutto di dissenso politico. Del resto, nota un altro articolo di Repubblica, la guerra Cina-Usa oggi si combatte proprio sul web: da un lato “la più grande nazione del pianeta, con la più vasta comunità di internauti”, dall’altro Google, “la più grande potenza di Internet”. Secondo Federico Rampini, questo conflitto “è destinato a ridefinire i limiti geopolitici della libertà di informazione e il nuovo concetto di sovranità nel mondo online. Tra Washington e Pechino è in gioco il controllo del cyber-spazio”.

Quando Google lanciò la sua versione in mandarino, nel 2006, la censura di Stato esisteva già, ma evidentemente Google, come tante multinazionali occidentali, pensava di poter convivere con il regime e i suoi tabù, chiudendo un occhio sugli abusi contro i diritti umani in nome della conquista del più vasto mercato mondiale. A dire il vero, nota Repubblica, uno dei due co-fondatori di Google, Sergey Brin (nato nell’ex Urss e emigrato da piccolo in America) aveva sempre dubitato di questo “patto col diavolo”. La storia sembra dargli ragione. Ma è possibile che la Cina crei effettivamente un cyber-universo autonomo, con le sue regole e i suoi limiti, diverso dall’Internet libero in cui crede l’Occidente? “In Occidente diamo per scontato da anni che la superficie terrestre sia scandagliata minuziosamente da GoogleMap”, leggiamo su Repubblica. Non è così per la Cina: intere zone di Pechino, per esempio, sono oscurate, a partire dal quartiere dove risiede la nomenklatura comunista. “Ciò che a noi appare naturale, o inevitabile, cioè che la mappatura terrestre sia fatta da un’impresa privata americana, non è accettabile a Pechino. E’ un’intrusione virtuale nella sovranità: un valore per il quale gli Stati scendono in guerra da secoli”.

Ken Auletta, autore del saggio “Googled”, osserva che poche altre tecnologie hanno avuto effetti sociali rivoluzionari come questo motore di ricerca, che ha sconvolto il nostro modo di produrre informazione, selezionarla, consumarla. Ed essendo Internet nato in America, ha inevitabilmente un’impronta made in Usa, di cui Pechino diffida. I cyberattacchi di cui si è tanto parlato nei giorni scorsi e che hanno portato Google a dichiarare ormai impossibile operare in Cina (e addirittura Hillary Clinton a parlare a favore della libertà e uguaglianza su Internet) sarebbero un modo per rivendicare la sovranità di Pechino sullo spazio virtuale. “La Cina ha sentito il bisogno di intimidire Google fino a mettere in discussione la privacy dei suoi clienti industriali: tutti potenzialmente spiati”.

La popolazione cinese sarebbe a fianco del suo governo: secondo il professor Randy Kluver, massimo esperto statunitense dei rapporti tra web e politica in Cina, afferma ancora su Repubblica che “la stragrande maggioranza dei cinesi approva che Internet sia controllata e che a farlo sia lo Stato”. L’80% della gente è favorevole a forme di vigilanza sul web, anche se molti sono contrari all’incarcerazione dei blogger dissidenti – anzi, pochi sanno che è proprio questo che succede.

25 Gennaio 2010