Google nel mirino Agcom: è una società "occulta"

IL CASO

Il motore di ricerca vende nel nostro Paese pubblicità per 500-600 milioni di euro, ma sfugge al Sistema integrato delle comunicazioni. Questioni di evasione fiscale si intrecciano con ipotesi di monopolio, complice l’"astuta" fatturazione online da Dublino dell’intero business Emea

di Patrizia Licata
Google vende pubblicità in Italia per 500-600 milioni di euro, è in rapida crescita nonostante la recessione e però non figura in nessun rapporto ufficiale. Un soggetto, nota il Corriere della Sera, che fattura inserzioni per una cifra pari o superiore a quelle che, sul mercato domestico, realizzano le concessionarie degli editori più forti, da Rcs media group a L’Espresso per arrivare a Mondadori, ma non viene considerato in quel “calderone” che è il Sistema integrato delle comunicazioni censito dall’Agcom. Insomma, conclude il Corsera, “un editore misterioso”.

Ora sarà proprio l’Autorità presieduta da Corrado Calabrò a prendere le misure italiane di Google. Il Sistema integrato delle comunicazioni, altrimenti detto Sic, spiega il Corsera, è stato prefigurato dalla legge Gasparri del 2004 per delimitare un mercato mediatico nazionale abbastanza grande da permettere anche al gruppo più rilevante, la Fininvest, di rimanere al di sotto della soglia antitrust del 20% del fatturato. Il sistema include persino le promozioni nei supermercati e il direct marketing, ma ha dimenticato la pubblicità online per parole chiave. Google, però, ha la quasi totalità della pubblicità connessa alla funzione search – e la stessa Agcom, nella sua relazione annuale, ha dato conto, rielaborando dati Nielsen, del clamoroso incremento della raccolta pubblicitaria su Internet, quasi il 100% nel 2008.

In un mondo ideale, scrive il Corsera, bisognerebbe sfrondare il Sic dai settori impropri e inserirvi i motori di ricerca, editori del nuovo millennio. E in effetti, da ottobre, in silenzio, l’Agcom ha aperto il procedimento di revisione del Sistema. Ma la strada è in salita perché Google non fattura quanto ricava in Italia dall’Italia, ma da Dublino. Ed è dunque un problema conciliare le rilevazioni di mercato con le evidenze ufficiali dei bilanci. La filiale Google Italy dichiara ricavi inferiori ai 20 milioni e la Guardia di Finanza di Milano aveva ipotizzato l’evasione fiscale partendo da indagini secondo le quali Google Italy rappresenterebbe una stabile organizzazione della multinazionale in Italia e non solo un punto di appoggio. Il pm non ha condiviso l’impostazione e ha chiesto l’archiviazione. Si attende, dal 12 febbraio 2009, la decisione del giudice per le indagini preliminari. E’ chiaro che se il fisco riuscisse a disegnare il profilo italiano di Google spianerebbe la strada anche all’Agcom, costringendola a esaminarne il ruolo monopolistico. Regolazione antimonopolistica e contrasto all’evasione fiscale si possono sostenere a vicenda.

Il nodo da sciogliere potrebbe trovarsi a Dublino: Google Ireland, cui fanno capo tutte le Google dell’Emea, non deve, in base alle leggi irlandesi, pubblicare i suoi bilanci e l’Irlanda, in nome dei 500 dipendenti locali di Google, potrebbe voler difendere le ragioni del colosso americano. L’Italia non è però l’unico Paese a notare il paradosso: la Francia si accinge a varare una legge che tassa alla fonte, con modalità che potrebbero fare scuola, le attività di Google realizzate a partire dal suolo francese ancorché, come quelle italiane, siano astutamente fatturate online da Dublino. In sede Ocse, dove si definiscono i rapporti internazionali sul piano fiscale, il governo italiano non sarebbe solo a chiedere l’aggiornamento del concetto di stabile organizzazione così da includere le attività online delle multinazionali.

Ma sul terreno della fiscalità e della regolazione globale della rete (questione lanciata da Calabrò all’audizione del 26 gennaio in Senato) si profila anche il conflitto con l’America di Barack Obama: la Casa Bianca è schierata senza se e senza ma a difesa degli interessi dei colossi dell’online e lo ha dimostrato sostituendo il precedente presidente della Fcc con Julius Genachowski, paladino della net neutrality.

28 Gennaio 2010