L'innovazione senza sistema che "soffoca" l'Italia

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Troppa burocrazia e assenza di dialogo fra imprese e università impedisce di elaborare una exit strategy efficace per superare la crisi del secolo

di Federica Meta
Nella lingua cinese la parola “crisi” si scrive con un ideogramma che significa “problema” e “opportunità”:  la  saggezza asiatica consiglia di uscire dalla crisi cogliendo le opportunità che ogni cambiamento, anche traumatico, porta con sé.  Oggi, mentre i governi si scontrano sulla riforma del sistema bancario e sul codice “etico” al capitalismo, tutti - istituzioni e industria - concordano su una cosa: una exit strategy efficace deve rilanciare l’innovazione che rappresenta la  grande “opportunità”. Opportunità che l’Italia rischia di non riuscire a cogliere. Non tanto per il tasso di tecnologia nel settore produttivo quanto per la sua tipologia. “Nel nostro Paese non c’è un deficit di innovazione incrementale, ovvero di inserimento sul mercato di prodotti migliorati, ma di ‘sistema’, che impatta sulle modalità di produzione e sulla cultura di impresa - spiega Francesco Sacco, docente all’Università Bocconi di Milano e Managing Director del centro di ricerca EntER -. Gran parte delle cause sono da cercare nel tipo di investimento che snobba il venture capital, la forma più efficace di finanziamento a progetti abilitanti”. Nel rapporto “Science techonology and Innovation in Europe”, l’Eurostat rileva che l’Italia spende in media meno di 30 milioni di euro l’anno sotto forma di “capitalismo di ventura” a fronte di un benchmark britannico che si attesta sui 4 miliardi di euro (la media Ue è di circa 5 miliardi).

“In Europa ci considerano moderate innovators - puntualizza Sacco -. Le grandi imprese italiane avviano progetti intra-muros (secondo i dati Istat del 2009 questa spesa rappresenta il 70% della spesa globale in ricerca ndr) di trasformazioni nell’organizzazione interna, dove il capitale di rischio non è necessario. Una volta raggiunto l’obiettivo, questo non si diffonde, non diventa una best practice da replicare”. A dimostrare la “staticità” dell’hi-tech made in Italy anche il numero di addetti alla Ricerca e Sviluppo nelle imprese italiane, fanalino di coda in Europa. Secondo l’ultimo rapporto del Cotec, su mille dipendenti solo quattro si occupano di R&S, contro gli 11 della Francia i 10 della Germania. Alla scarsità di risorse umane va  aggiunto il fatto che non si fa ricerca in una logica di filiera: le grandi imprese non sono interessate a parlare con gli altri attori dell’innovazione, prima fra tutti l’università. “Anche l’università è una sorta di monade: i ricercatori non interagiscono con il mondo dell’impresa - spiega Regina Casonato, Mvp di Gartner -. Impresa e scuola restano due realtà escludenti che non si supportano a vicenda”.
Una prima soluzione per cambiare il quadro è facilitare l’ingresso di “cervelli” stranieri e fermare la fuga degli italiani all’estero. “Si devono trovare delle forme che rendano conveniente agli atenei assumere ricercatori e metterli a lavorare su progetti, concertati con le aziende”, puntualizza Sacco .

Ma il tessuto produttivo italiano  è fatto di Pmi che poco hanno a che fare con il mondo accademico, dove spadroneggiano le multinazionali.  La piccola impresa resta fuori anche da quel poco di concertazione che c’è, pagando più di altre lo scotto della crisi. E tagliando i budget IT che, per loro natura, non assicurano ritorni economici nel breve periodo su cui si conta di più.
Anche Confindustria Servizi innovativi e tecnologici ha lanciato l’allarme innovazione,  preoccupata di come la carenza di investimenti  vada a impattare in un comparto che ha già bruciato 90mila posti di lavoro dall’inizio della crisi. “L’Ict ha registrato un calo del 3,6%, – fanno sapere da Csit -. La causa è il taglio dei budget da parte dei committenti  che hanno costretto a decurtare collaborazioni e consulenze”.

In questo quadro come agiscono le istituzioni?
In passato il governo Prodi ha avviato Industria 2015 oggi è il momento di E-gov 2012 che ha messo la PA al centro della “rivoluzione innovativa”. Programmi che possono contribuire a ridare slancio al sistema Paese, ma solo se accompagnati da una massiccia riforma della burocrazia.
“La burocrazia è la vera palla al piede, con un eccesso di norme che rende difficile investire - sostiene Gianpaolo Galli, direttore generale di Confindustria- . Gli imprenditori italiani sono pronti a fare la loro parte, trovando driver di crescita, esplorando nuovi mercati, ma le istituzioni devono fare la loro parte”.

22 Febbraio 2010