Nicolais: "Manca una politica pubblica seria"

INNOVITALY/3

L'ex ministro della Funzione pubblica e Innovazione punta il dito contro la strategia del governo: "Serve un'azione concertata tra i ministeri per rilanciare la ricerca"

di Federica Meta
«Se si esclude l’innovazione incrementale, ovvero quella che si limita a migliorare un prodotto o un servizio che già c’è, in Italia c’è un quantum di innovazione radicale - quella in gradi trasformare radicalmente i sistemi - ancora molto basso”. Luigi Nicolais, ex ministro per la Funzione pubblica e Innovazione del governo Prodi, attuale deputato del Pd, dipinge un quadro a tinte fosche del sistema Paese.
Innovazione incrementale, innovazione radicale. Sta tutta qui la spiegazione del deficit di tecnologia che attanaglia l’Italia?
In parte sì. Nelle pubbliche amministrazioni, nelle aziende c’è una tendenza ad agire cercando di implementare un prodotto senza ripensarlo nel profondo. Motivo per cui il tipo di ricerca messa in campo è “parziale”. A mancare è dunque un’azione innovativa “pervasiva” in grado di trasformare il modo di funzionare dei sistemi, che derivi da una buona ricerca. Detto questo, va ricordato però che la buona ricerca di per sé non può bastare.
Cosa serve?
Il coraggio di innovare. Ovvero il coraggio di investire in qualcosa che ancora non c’è. È il solo modo per invertire il trend negativo.
A chi manca questo coraggio? Alle imprese che non fanno i giusti investimenti?
La situazione è complessa. È certamente vero che l’impresa in Italia ha delle responsabilità in questo senso – la scarsità di investimenti verso le start up ne è un esempio – ma è altrettanto vero che c’è una responsabilità del Pubblico che non crea le condizioni per rilanciare la ricerca. In Italia aziende del calibro di Motorola e Glaxo smobilitano i centri di R&D per delocalizzarli altrove, in Paesi dove i governi hanno attuato politiche di sostegno ad hoc. In India, oppure a Singapore, si è scelta una strategia di sgravi fiscali per le imprese straniere che arrivano per fare ricerca, per le assunzioni di laureati e professionisti e si è strutturata una rete di accoglienza per questi ricercatori. Si è arrivato addirittura a regalare le aree dove edificare i centri. A queste condizioni perché le multinazionali dovrebbero investire da noi, dove solo per concedere un’autorizzazione a costruire si aspettano tre anni?
Quindi c’è bisogno di azione di governo...
Esattamente. Ma di un’azione concertata tra i vari ministeri, il Miur, quello dell’Economia, quello degli Interni per sviluppare, nell’ordine, programmi di lungo periodo, per garantirne la copertura finanziare e per facilitare l’ingresso di ricercatori stranieri. Non è pensabile che un ricercatore per essere assunto in Italia debba fare la stessa trafila di una badante. In questo modo non si dà alla ricerca il respiro internazionale richiesto ai tempi della globalizzazione.
A proposito di governo, un forte traino all’innovazione potrebbe venire da E-gov 2012?
Guardi io ho sempre creduto che la PA potesse e dovesse essere un grande driver di innovazione. Il problema di E-gov 2012 ricalca quello del Paese: si predilige l’innovazione incrementale, si migliorano i prodotti ma senza cambiare alla radice il modo di fare amministrazione.
Come cambiarlo?
Bisogna che la PA diventi un Internet dove il cittadino naviga per ricevere i servizi, accedendo da un punto unico, e dove la divisione degli uffici e delle competenze resti solo nel back office. All’utente non deve interessare da chi provenga il documento richiesto, ma solo che gli venga dato in tempi rapidi e in modalità efficienti. Perché questo possa essere attuato serve investire sulla larga banda: sappiamo tutti che gli 800 milioni promessi dal ministro Romani sono ancora al palo. Non si può lanciare un grande progetto di e-gov senza prestare la giusta attenzione alle reti dove devono viaggiare i servizi innovativi. Inoltre il piano non fa cenno alla questione dell’interoperabilità che, invece, è alla base di ogni programma di innovazione che voglia essere realmente efficiente ed efficace.
Il ministro allo Sviluppo economico ha detto di voler riprendere le fila di Industria 2015 che erano state un po’ abbandonate. Crede che un piano così possa essere ancora utile oggi in tempi di crisi, in cui è difficile trovare finanziamenti sia ancora utile?
Quel programma aveva una vision di lungo periodo che avrebbe davvero portato risultati in termini di innoavazione e invertito il trend. Il suo valore aggiunto stava nel ruolo che il governo aveva avuto, ovvero quello di aver identificato delle aree, come l’energia, il made in Italy e le scienze della vita dove si sarebbero dovuti convogliare prioritariamente gli investimenti. Peccato che ora l’attuale governo lo abbia abbandonato: nonostante i progetti siano stati approvati alle aziende non è ancora arrivato un euro.

22 Febbraio 2010