STRATEGIA

Zorawar Biri Singh (Cisco): “Cloud, ibrido e container per soluzioni innovative”

Il Cto del colosso di apparecchiature di rete: “I carichi di lavoro nei data center stanno diventando troppo pesanti. La prossima generazione di innovatori utilizzerà software da far girare direttamente sul nudo metallo”

Pubblicato il 12 Apr 2016

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Il cloud cambia volto: terminata la guerra dei prezzi, comincia la guerra delle funzionalità. E i grandi di Internet si attrezzano per dare gambe a una visione differente della tecnologia di rete. Il segnale più luminoso viene forse da Cisco: il nuovo Ceo Chuck Robbins ha cambiato molte teste al vertice. Tra i nuovi, è stato chiamato a guidare la parte di tecnologia Zorawar Biri Singh, ex startupper nel cloud diventato poi uomo d’azienda, venture capitalist e adesso CTO del colosso delle apparecchiature di rete. Una carriera atipica, fulminante, costellata da rapidi passaggi: meno di due anni per ogni posizione.

Biri, adesso intende restare con Cisco più di 24 mesi?

Sono motivato dalla gente con cui lavoro, dalle cose che faccio e dall’impatto che posso avere. Con Cisco posso avere un grandissimo impatto, c’è una notevole cultura aziendale e molte opportunità di crescita per tutti noi. Sono molto eccitato per il futuro.

Scendendo nel concreto, cosa rende in questo momento Cisco un player “caldo” nella tecnologia, e in particolare per il cloud?

Cisco ha un sacco di energia. Ho visto succedere di tutto quando facevo startup, quando ero in azienda, quando ho fatto l’investitore. Cisco ha un brand e una loyalty dei clienti che oggi è unica nel mondo della tecnologia. Questa per me è una grande opportunità di competere in aree strategiche.

Il cloud è una di queste?

Il cloud è assolutamente una di queste. Ma ci sono anche molte altre cose, oltre alla tecnologia pura e semplice. Un elemento chiave ad esempio è la user experience. Si perde il cliente in un attimo se non la fai bene: non importa quanto codice scrivi, devi essere anche in grado di presentare i tuoi prodotti in maniera tale che funzionino bene e con facilità. Il nostro impegno è quello di migliorare molto anche la parte di esperienza d’uso. Questo per Cisco vuol dire passare dalle interfacce a riga di comando a interfacce grafiche programmabili spostando oggetti digitali per arrivare infine a sistemi autonomici che non hanno bisogno neanche di essere programmati.

Due anni fa Cisco ha coniato l’espressione “Internet of Everything”, ma adesso siete tornati a fare riferimento alla Internet of Things. Perché questo cambiamento? La precedente strategia non ha funzionato?

La Internet of Everythings è un concetto molto importante. La IoT invece è un sottoinsieme destinato alla parte industriale che guida il processo di trasformazione digitale. Forse IoE era troppo ampia: comunque siamo a metà della transizione che ci fa rifocalizzare su questo secondo aspetto. La chiave sono gli ambienti connessi: città, case, automobili, compreso lo “smart planet” che ho visto quando lavoravo per Ibm tra il 2007 e il 2011. Si tratta di concetti che stanno evolvendo, alla base ci sono i nodi della rete.

A proposito di Internet, cioè dell’infrastruttura tecnologica che sino a questo momento ha consentito la più veloce accelerazione dei processi di innovazione della storia e sul cui “imbrigliamento” si ragiona da tempo: qual è il suo punto di vista sulla net neutrality?

È un punto controverso. Le dico la mia visione personale, non quella di Cisco, per quella può chiedere all’ufficio policy aziendali (Sorride, NdA). Ritengo che l’accesso per tutti sia una cosa sempre buona. Abilitare interi governi e grandi fornitori di servizi per dare loro il giusto bilanciamento tra controllo e business è importante. Noi però ci occupiamo di fare l’infrastruttura; ci conviene che il network sia il più grande possibile. Lavorare con tutti e una buona trasparenza è la chiave per maggiori opportunità di digitalizzazione.

Container, la tecnologia oggi ritenuta strategica per far evolvere i servizi cloud. Qual è la sua visione al riguardo?

Secondo noi i workload, i carichi di lavori nei datacenter che sono l’anima del cloud pubblico stanno diventando troppo pesanti. Sono basati su un sistema di macchine virtuali tradizionali, ma la prossima generazione di innovatori, quelli che sequenzieranno il prossimo Dna, faranno il prossimo Uber, la prossima Siri, invece utilizzeranno dei container. Cioè software e microservizi che vengono fatti girare direttamente sul “nudo metallo” dei nostri server. Il container introduce un paradigma in cui non c’è né un sistema operativo ospite ne un sistema operativo completo ospitato: questo riporta a una giusta scala la dimensione dei carichi di lavoro nel cloud. Senza contare che sta nascendo una nuova generazione di app direttamente per il cloud, non per le macchine virtuali.

Qual è la strategia che vedete nel prossimo futuro?

Ci immaginiamo una infrastruttura cloud ibrida basata su container. La nostra strategia è lavorare con partner e realizzare soluzioni innovative per Docker-Swarm, Kubernetes, Mesos, Core-OS Fleet e gli altri attori di questo settore.

Per finire, la sicurezza?

Bisogna iniziare, non finire con la sicurezza! È fondamentale e serve un approccio architetturale, non ex-post.

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