Ict, lo specchio dell'Italia

GROWTH STRATEGY/1

Il quarto comparto industriale del Paese è reduce da un 2009 horriblis. Per uscire dalla crisi serve lo sforzo di tutti per l'innovazione e la crescita

di Mario Sette
«Non si cresce senza innovazione». Chiaro. Talmente chiaro che il concetto si è imposto ormai al pari di uno slogan. Non c’è politico, uomo d’azienda, esperto di qualsivoglia disciplina, opinionista, rappresentante di questa o quella associazione, organizzazione, federazione, sindacato, società d’analisi - e la lista potrebbe allungarsi occupando troppe righe in questo ristretto spazio - che sull’innovazione non abbia speso almeno qualche parola.
Parlare di innovazione è un “must”. L’Italia è piena di oratori attenti ai doveri e ancor più alle mode. Il problema è che mentre gli altri (Obama & co.) sull’innovazione - declinata nelle sue svariate forme - hanno fondato le basi della ripresa con azioni concrete (stanziamento di fondi, sostegno alle imprese e al mondo della ricerca, sgravi fiscali), in Italia fra il dire e il fare c’è di mezzo il solito mare.

Innovare: “mutare in modo più o meno esteso e profondo mediante l’introduzione di sistemi e criteri nuovi”, recita il Devoto-Oli. Ma se alla base di qualsiasi rivoluzione c’è un mutamento, il sillogismo è presto detto: l’Italia non è il Paese delle rivoluzioni. Creare l’humus necessario a far germogliare il seme dell’innovazione spetta ai governanti in primis. Ma non è da meno il ruolo degli imprenditori e dell’accademia della formazione. La faccenda si fa ancora più complessa quando innovazione fa rima con Ict. L’Information & Communication Technology è considerato uno dei pilastri portanti della nuova economia. Il linguaggio dei bit è l’esperanto della globalizzazione. Informatica, software, Internet sono parole entrate a far parte del vocabolario di cittadini, imprese e pubblica amministrazione. Impossibile restare alla porta: l’Ict ha una capacità pervasiva dirompemte quanto incontenibile.

La green economy, tanto per accennare ad una delle principali partite in gioco, si farà anche e soprattutto con l’Ict: le reti, a cominciare da quelle elettriche, sono destinate a trasformarsi in smart grid, reti intelligenti in grado di smistare le risorse sulla base delle effettive esigenze. E i consumatori potranno tenere sotto controllo i consumi energetici e tagliare la bolletta. Tutte le infrastrutture cosiddette critiche saranno gestite grazie all’Ict.
Nasceranno le smart cities, città governate dall’intelligenza artificiale: con l’Ict si gestiranno traffico e illuminazione, manutenzione e ordine pubblico, e a effetto domino tutto finirà nella grande “Rete”. Le smart cities saranno popolate da smart citizen: i servizi saranno sempre in “tasca” grazie a dispositivi mobili evoluti attraverso cui sarà possibile interagire con la PA, accedere alla propria cartella sanitaria, fare acquisti, leggere i giornali, guardare la tv.

Nonostante ciò nel nostro Paese l’Ict versa in pessime condizioni. Il quarto comparto industriale nazionale - con oltre 380mila addetti all’attivo - è reduce da un 2009 horribilis. Il primo semestre 2010 ha visto sì un’inversione di tendenza, ma il consuntivo a fine giugno risulta ancora in rosso e il trend negativo penalizzerà il settore fino a fine anno. Ma più che i numeri a preoccupare è la mancanza di una strategia Paese, di progettualità d’insieme, di una politica industriale ad hoc. Incentivi, credito fiscale, accesso ai finanziamenti bancari: questi, secondo gli addetti ai lavori, gli interventi necessari e urgenti per dare ossigeno alle imprese e soprattutto per stimolare la nascita di un mercato in grado di trainare la ripresa, di innescare l’effetto domino di cui sopra.

Il Piano Romani (anti digital divide) e il Piano Brunetta (e-gov) sono inevitabilmente ostacolati dalla mancanza di fondi. Gli 800 milioni di euro destinati a colmare il gap digitale sono svaniti nel nulla. E senza infrastrutture minime sarà difficile fare la rivoluzione dei servizi pubblici e dematerializzare la PA. Oltre al danno la beffa: il governo batte cassa alle Regioni che in cassa hanno ben poche risorse. Fra buchi nella sanità e mancati introiti dell’Ici sulla prima casa si conteranno sulle dita di una mano le PA in grado di sostenere la digitalizzazione.

Intanto le telco litigano sulle nuove reti ultrabroadband: tutti si dicono pronti a sostenerne la realizzazione, ma nessuno ha realmente il cash. E si litiga sulla questione delle regole di accesso, sulle tecnologie, sulla geografia dei mercati.
Intanto Ibm ed Engineering hanno deciso di uscire da Assinform, la principale associazione Ict nazionale. E il rischio che il singolo caso provochi l’emorragia è alto. La lobby non è riuscita a fare lobby. Non ce l’ha fatta a imporre il ruolo dell’Ict in qualità di “motore” della crescita, della competitività, del futuro. Eppure l’innovazione tiene testa nei dibattiti. Parole, parole, parole.

04 Ottobre 2010