Liberalizzazione dei servizi locali. Lucarelli: "Stessi principi nell'IT"

CSIT

Il vicepresidente di Confidustria Servizi innovativi e tecnologici: "Il mercato dell'innovazione penalizzato dalla presenza delle società in house"

di F.M.
“Un passo sostanziale nel processo di liberalizzazione e modernizzazione del settore dei servizi in Italia". Ennio Lucarelli vicepresidente di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici commenta così la recente pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Regolamento attuativo della Riforma dei servizi pubblici locali.

“La nuova norma introduce nella prassi dei servizi pubblici principi importanti di trasparenza e concorrenza, che ci aspettiamo possano costituire la base per un’azione istituzionale altrettanto efficace verso il mercato dei servizi innovativi - sottolinea - In Italia lo sviluppo delle attività di Ict, ingegneria, marketing, consulenza , facility management, servizi culturali continua, infatti, a essere penalizzato da un’ importante presenza imprenditoriale dello Stato, soprattutto a livello locale, che interviene con società a capitale pubblico, arrivate a circa 7000 secondo la banca dati della Funzione Pubblica. Società pubbliche dove le norme sulla separazione tra politica e amministrazione vengono spesso aggirate, con assunzioni discrezionali di personale senza alcun concorso pubblico, con il dilagare degli affidamenti “in house” omettendo di confrontarsi con la concorrenza dell’offerta di mercato. Su questo fenomeno è intervenuto recentemente il Consiglio di Stato che, con due sentenze, ha chiarito come le attribuzioni dirette producano effetti distorsivi della concorrenza e debbano quindi essere strettamente limitate a casi di provata eccezionalità”.

Secondo il vicepresidente Csit  "in un momento come questo di difficoltà di ripresa economica e, allo stesso tempo, di forti esigenze di modernizzazione e crescita della competitività del Paese è essenziale che la domanda pubblica torni a svolgere il ruolo di stimolo dell’innovazione".

Oggi il valore della spesa pubblica italiana per l’acquisto di beni e servizi ammonta al 14,08% del Pil, a fronte di una media dell’Europa a 27 che è del 17,23% (ma la quota dell’Olanda è del 25,51% del Pil e della Gran Bretagna del 18,83%).
"In diversi paesi europei già si stanno introducendo gli appalti pubblici nelle rispettive strategie per l’innovazione - ricorda - mentre la stessa Ue si prepara a riconoscere la centralità degli appalti pubblici nella strategia di Europa 2020. Proprio la necessità di rigore sui conti pubblici che impedisce all’Italia di varare politiche attive di incentivi, oggi impone di inquadrare la domanda pubblica in una strategia di sostegno all’innovazione, tesa a perseguire il miglioramento della qualità di prodotti e servizi. Ma è una strategia che può funzionare solo se l’amministrazione pubblica si concentra sui compiti istituzionali, per diventare un acquirente intelligente, trasparente, capace di valutare i risultati”.

14 Ottobre 2010