Bevilacqua: "Basta immobilismo: individuare le priorità e partire"

IL PROTAGONISTA

Il numero uno di Cisco Italia: "Troppo spesso abbiamo puntato a difendere solo meri interessi aziendali sottovalutando l'importanza di fare sistema"

di Gildo Campesato
"La cosa peggiore è l’immobilismo: da anni ci crogioliamo in un’alternanza di aspettative e ritardi che non porta a nulla. Bisogna decidere quali sono le priorità e partire. E poi, non è detto che lo Stato debba investire chissà cosa. Nel Nord Europa hanno iniziato con investimenti minimi, a livello locale: però sono stati fondamentali per mettere in moto il processo di cablatura». David Bevilacqua, Ad di Cisco Italia, invita la politica ad assumere un ruolo di leadership e regia. E tra le priorità-Paese mette la banda larga.

“Capisco che non si possa fare come Giappone o Corea. Però dobbiamo darci l’obiettivo di cablare in fibra ottica l’intero territorio, mettendo subito in moto meccanismi che consentano di raggiungere l’obiettivo. Mobilitando tutte le risorse pubbliche, ma soprattutto private, affidandosi a iniziative di project financing. Se c’è una direzione di marcia chiara, non sarà un problema a trovare i fondi necessari”.

Sottovaluta le cesoie di Tremonti.
I soldi vanno cercati dove ci sono. Ad esempio in Europa, dove riusciamo ad attingere molto meno degli altri. Più che di soldi pubblici, indispensabili nelle aree a fallimento di mercato, c’è necessità di iniziativa politica. Va creata una cabina di regia che affronti temi come il digital divide e il coordinamento delle iniziative che stanno nascendo a livello locale, ancora in modo sparso. L’Italia ha perso produttività e competitività; abbiamo i problemi dell’invecchiamento della popolazione, della disoccupazione giovanile, del debito, della spesa pubblica da rendere efficiente, della PA da digitalizzare. Ci vorrà pure un filo che tenga insieme il tutto. Dobbiamo imparare a fare sistema: la guida non può che essere politica.

Cosa c’entra la cablatura dell’Italia?
C’entra perché la banda larga è la pipeline su cui passa l’adozione di tecnologie e di servizi diversi e migliori ai cittadini. Può mettere in moto investimenti preziosi in tempi di crisi, ma soprattutto è una tecnologia abilitante per una grande trasformazione del Paese, per metterlo all’altezza della competizione globale. La banda larga è un tema centrale. Speriamo che quelle iniziative in Lombardia e Trentino, i progetti di Telecom Italia sulle 13 città, il piano “fibra per l’Italia” degli Olo contribuiscano a smuovere la situazione. Dobbiamo integrare il tutto in un’infrastruttura di Paese.

Per molti si può rinviare.
È una posizione miope, che guarda l’oggi e sottovaluta il domani è già arrivato. Abbiamo bisogno di banda ultralarga. E sa perché? Perché la killer application c’è già e si chiama video. E non mi riferisco solo a YouTube o all’Iptv in tutte le sue declinazioni. Mi riferisco ad applicazioni business, a quelle che servono alle aziende italiane per rimanere competitive sui mercati internazionali. Voglio farle un esempio: il nostro centro ricerche di Monza occupa 230 ricercatori, tutti italiani: matematici, fisici, ingegneri. È un centro di livello mondiale. Ogni volta che qualcuno utilizza i nostri apparati nel mondo per il trasporto broadband, compra know how italiano. I ricercatori lavorano insieme a ingegneri che operano in Usa, Cina, India. Vivono di banda ultralarga, di videocomunicazione, di telepresenza. Con le infrastrutture attuali ancora ce la facciamo a gestire la collaborazione e i talenti che abbiamo in azienda ci consentono di superare il gap dei costi italiani. Ma le applicazioni di domani richiederanno infrastrutture diverse: se non saranno disponibili, sarà difficile difendere le nostre eccellenze.

Che fa, copia Marchionne?
Cisco crede nell’Italia. Abbiamo investito dieci anni fa acquisendo, per due miliardi di euro, la fotonica di Pirelli. Abbiamo ribadito il nostro interesse partecipando adesso all’aumento di capitale di Italtel.

Come ha convinto gli americani?
Italtel è una bellissima realtà, con eccellenze tecnologiche, come i soft-switch, apprezzate anche all’estero. E poi c’è fiducia nel management, in persone come De Julio e Pileri. Ovviamente, non è stato semplice, anche perché Cisco è un’azienda globale con richieste di investimento da tutto il mondo, in particolare dai mercati emergenti dove le opportunità di rientro sono più veloci. E poi ci si aspetta che l’Italia non perderà il treno dell’ultrabroadband, che l’ammodernamento del Paese ci sarà. Nonostante le difficoltà e i ritardi che, tra l’altro, stanno minando la solidità del manifatturiero tlc: un settore che in Italia ha una lunga storia di eccellenze ed occupa decine di migliaia di persone. Se non partono progetti importanti, sarà sempre più difficile sostenere la presenza di questo tipo di investimenti in Italia.

Punta l’attenzione sulla fibra. Ma c’è un rapido sviluppo dei collegamenti mobili, Hsdpa+ e poi Lte.
Collegamenti a 100 Mb, con una forte simmetria nell’upload, con qualità del servizio assicurata e costi competitivi sono in prospettiva necessari. Solo la fibra può offrire tutto questo. Ci arriveremo magari fra 10 anni, ma ci si arriverà. Penso che i clienti, a partire dalle aziende, siano disponibili a pagare un premium per la qualità: throughput e latenza sono altrettanto importanti di velocità e copertura.

Avete lanciato un progetto di prevenzione per i vostri dipendenti da remoto.
Ogni anno facciamo il check dello stato di salute dei nostri 700 dipendenti. Invece di farli andare in un centro medico, quest’anno facciamo tutto dall’ufficio grazie al collegamento in telepresenza con un ospedale milanese. Con vantaggi per la qualità della vita delle persone che non devono spostarsi, la produttività, il servizio, l’ambiente.

È un progetto pilota.
Appunto. In Italia si fanno anche molti progetti pilota. Ma poi restano tali, non si diffondono non diventano iniziative reali di business transformation che coinvolgono aziende e pubblica amministrazione. E spesso non c’è niente da inventare. Si tratta di replicare esperienze già realizzate altrove. Soprattutto nel mondo pubblico dove non esiste il fattore competitività: c’è bisogno di maggiore condivisione di quello che si è fatto altrove. Troppo spesso, invece, vincono le logiche della frammentazione e del localismo.

Non dovrebbero fare un po’ di mea culpa anche le aziende?
Non pretendo che le aziende siano esenti da colpe. Facciamo parte del sistema e se il sistema esprime tutti questi limiti è anche perché noi non abbiamo saputo fare in pieno il nostro dovere. C’è stato un orientamento troppo limitato al prodotto o al breve, quando le trasformazioni richiedono almeno tre-quattro anni. Troppo spesso abbiamo puntato a difendere solo i meri interessi aziendali sottovalutando l’importanza di fare sistema. Se un’azienda va bene ma tutto il comparto va male, prima o poi anche quell’azienda ne subirà gli effetti negativi.

15 Novembre 2010