Futuri ingegneri delle Tlc. Non basta la riforma Gelmini

UNIVERSITA' & AZIENDE

Revisione della formula del "3 più 2",  interventi istituzionali a lungo termine, cooperazione sistematica delle imprese. Ecco come, secondo uno studio del Quadrato della Radio, il sistema università può affrontare la "crisi di vocazione" delle professioni Ict e spingere sulla crescita economica

di A.C.
L'università per i futuri ingegneri delle Tlc deve cambiare. Trasformando l’attuale formula del “3 più 2” in due corsi assolutamente separatati, in parallelo e non in sequenza, con finalità completamente diverse: formare competenze tecniche specialistiche ed operative il corso dei tre anni, competenze di carattere interdisciplinare e generali il corso dei cinque anni. I piani di studio devono essere molto diversi tra loro, salvo una piattaforma di competenze di base comuni, e profondamente diverse rispetto a quelli attuali. Dev’esserci la possibilità di differenziare anche il titolo di riconoscimento alla fine del corso. Infine, la scelta fra i due indirizzi dev’essere fatta a monte al momento dell’iscrizione e non nel corso degli studi.

E’ la proposta che emerge dallo studio condotto dall’Associazione del Quadrato della Radio sulla formazione professionale dei nuovi ingegneri e sulle criticità che si riscontrano nell’inserimento nell’attività lavorativa con particolare riferimento al laureati nelle discipline di informatica e di Tlc.

Secondo l’analisi l’Italia, alle prese con le dimensioni del suo debito pubblico (siamo il 131° Paese nella classifica stilata dal World Economic Forum) e con le proprie debolezze in termini di competitività e di produttività (siamo al 48° posto nella classifica della competitività globale ed al 20° posto tra i 27 Paesi EU) ha puntato a mantenere sotto controllo i propri conti pubblici non prevedendo, contestualmente, una strategia di investimento.

Per uscire da questa crisi, anche dinanzi ad un problema rilevante di mancanza di risorse, non è sufficiente tagliare, ma occorre una vision di lungo periodo e mettere in atto scelte strategiche conseguenti investendo su quei fattori che, migliorando la produttività e la competitività, consentano di garantire una crescita economica sostenibile.

Tra i fattori che possono incidere sulla ripresa economica un peso crescente assumono quelli legati in particolare alla conoscenza, al sapere ed all’esperienza delle persone. E’ stato stimato che intervenendo su alcuni fattori (liberalizzazioni, semplificazione del sistema burocratico, infrastrutture, costi dell’energia) nei prossimi venti anni il nostro PIL potrebbe aumentare del 28%; la Riforma della Scuola e del Sistema della Formazione, da sola, potrebbe consentire un incremento del 13%.

Riformare l’università non basta, dice lo studio. Le riforme non possono riguardare solo le strutture universitarie o i contenuti dei piani di studio o i regolamenti e le normative, ma devono essere accompagnate da politiche e da interventi incentivanti, come politiche fiscali adeguate, criteri e piani di allocazione risorse, etc, a sostegno degli obiettivi complessivi e funzionali agli interessi del Paese. Occorre avere una “vision” di sistema ed esprimere una “governance” del processo.

Del resto lo studio mette in luce che il problema più urgente è il drastico calo delle iscrizioni ai corsi di ingegneria informatica e di telecomunicazioni (pur a fronte di una sostanziale tenuta delle iscrizioni complessive alla facoltà di ingegneria). Queste discipline sembrano non suscitare più l’appeal di un tempo nei confronti dei giovani, e le ragioni vanno ricercate soprattutto nel cambiamento dello scenario economico ed industriale del nostro Paese.

Inoltre l’università non riesce ad adattarsi alle nuove richieste del mercato. Le aziende oggi hanno prevalentemente bisogno di due tipologie di professionalità: tecnici con competenze molto specialistiche in grado di operare direttamente ed immediatamente sugli impianti. E ingegneri professionisti con competenze di base ad ampio spettro e di tipo interdisciplinare capaci e preparati per gestire la complessità considerando tutti gli aspetti che compongono un problema:tecnici, economici, finanziari, di risorse umane.

Eppure la laurea attuale fornisce ai primi competenze più teoriche che pratiche (quindi, poco utilizzabili operativamente), ai secondi una competenza elevata, ma con un taglio prevalentemente specialistico e scarsamente interdisciplinare. Il risultato è che si impiega troppo tempo per formare competenze che non servono allo scopo mentre si tralascia di formare le competenze che occorrono alle imprese.

Per questo serve adottare una logica di “università aperta” e di “azienda estesa”, dove i confini vengono trasformati in aree di contiguità e di lavoro congiunto con vantaggi per entrambi i soggetti e, soprattutto, per i giovani laureati.
Le associazioni Industriali, nella loro articolazione centrale (Confindustria) e territoriale, possono giocare un ruolo particolarmente significativo ricercando soluzioni che possano costituire un punto di equilibrio tra capacità di risposte alle esigenze delle imprese presenti sui territori, da un lato, e l’esigenza di formare culture professionali con un respiro ed una capacità di confronto sul piano internazionale, dall’altro.

Le istituzioni rappresentano il terzo attore di questo “Triangolo della Conoscenza” e sicuramente sino ad oggi non hanno brillato per la loro presenza. Le riforme non possono riguardare solo le strutture universitarie o i contenuti dei piani di studio o i regolamenti e le normative, ma devono essere accompagnate da politiche e da interventi incentivanti, come politiche fiscali adeguate, criteri e piani di allocazione risorse, etc, a sostegno degli obiettivi complessivi e funzionali agli interessi del Paese. Occorre avere una “vision” di sistema ed esprimere una “governance” del processo.

03 Dicembre 2010