SMARTCITY. Un bit di welfare

SMART CITIES

L’Italia può diventare laboratorio per l’urbanistica del XXI secolo, a patto che progettazione Ict, patrimonio storico e tutela sociale siano facce di uno stesso processo

di Andrea Granelli
Le nuove tecnologie, le nuove metodologie progettuali - soprattutto quelle mutuate dal design - e i nuovi modelli di business aprono spazi straordinariamente promettenti per il futuro delle nostre città. Ma la loro pianificazione è complessa, principalmente per tre aspetti: per le moltissime variabili da tenere in conto (ambientali, tecnologiche, normative, sociali...) e che rendono molto difficile “seguire tutto” ed essere sempre aggiornati; per la “compartimentazione” delle competenze amministrative che dovrebbero occuparsi di questi temi - riconducibile ai singoli assessorati -, che tende a “spezzare” l’unità (e quindi la comprensione) del fenomeno, rendendo molto difficile la costruzione di una visione unitaria e con-divisibile dai vari stakeholder cittadini; per la “scarsa” competenza in materia di nuove tecnologie degli amministratori locali (comprensibile vista la grande eterogeneità della materia e la sua rapidissima e continua evoluzione).

Il problema si complica quando la città è “d’arte” e cioè quando possiede un patrimonio culturale importante e fragile, su cui la città costruisce oltretutto - grazie al turismo - una parte del suo reddito. E come noto questa è proprio la specificità dell’Italia.

Qui non si devono solo considerare i processi cittadini (mobilità, sicurezza, efficienza energetica, telelavoro, …) in maniera asettica ma anche la specificità storico-architettonica dei luoghi che entra prepotentemente in campo. La fragilità degli edifici, la loro spesso difficile lettura storico-artistica, il controllo della cosiddetta “pressione antropica” originata dal turismo di massa sono “specifiche” progettuali che diventano fondamentali. Oltretutto molti centri storici sono addirittura considerati Patrimonio dell’Umanità e vigilati da un organismo internazionale come l’Unesco. Il tema è stato già affrontato nel lontano 1995 da William J.Mitchell del Mit in un libro seminale: “La città dei bits. Spazi, luoghi e autostrade informatiche”.

Mitchell non si limitava a identificare i “processi cittadini” che avrebbero maggiormente beneficiato di una progressiva digitalizzazione, ma - da architetto - rifletteva anche su un nuovo dialogo architettonico e urbanistico fra la dimensione fisica e quella virtuale della città. Ad esempio, le facciate degli edifici che si digitalizzano e spingono l’impreziosimento architettonico nei lati posteriori, oppure la creazione di agora digitali che avrebbero contribuito a ricostruire il capitale sociale della città.

Vi è un secondo aspetto delle città, che sta assumendo una dimensione sempre più rilevante: la periferia. Secondo un recente studio di Nazioni Unite e Banca Mondiale, nella città del futuro (2028) si anniderà il 90% della povertà. Lì ci saranno i grandi problemi da risolvere per la società del XXI secolo e lì si svilupperanno le innovazioni più interessanti. Come ha osservato Vijay Govindarajan, fondatore del Center for Global Leadership alla Tuck School of Business, “sta nascendo un’ondata tecnologica che va in senso inverso, da Est verso Ovest, dal Sud verso il Nord del mondo: è la reverse innovation”. Serve quindi una nuova cultura della progettazione urbana che unisca gli approcci all’automazione dei processi cittadini, tipici dei grandi players dell’Ict, con strumenti per la tutela, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale e con le riflessioni più avanzate del nuovo welfare e della tutela dei più deboli.

Solo integrando queste tre anime - quella produttiva, quella storico-artistica e quella “fragile”- le città rimarranno luogo di produzione della ricchezza e di consolidamento dei legami sociali. Le nostre città hanno i requisiti in regola per diventare dei laboratori per l’urbanistica del XXI secolo, dove le nuove tecnologie - quelle “smart” - possono aprire spazi progettuali e gestionali fino a ieri semplicemente impensabili. Questa rubrica che inauguriamo oggi si propone di illustrare questo fenomeno, unendo riflessioni sui trend e sulle tecnologie più recenti a descrizioni di casi di successo (o di significativo insuccesso), dando spazio ai protagonisti, amministratori pubblici o fornitori di specifiche soluzioni tecnologiche.

Se il taglio sarà giornalistico, per non appesantire la materia già molto densa, l’aspirazione è contribuire alla formazione degli amministratori delle nostre città, che hanno un compito affascinante quanto arduo: orizzontarsi nella selva delle nuove tecnologie per trovare le soluzioni più pratiche e adatte al contesto italiano che ha specificità che lo differenziano rispetto ai luoghi dove queste tecnologie vengono concepite e realizzate.

*Presidente Kanso

24 Gennaio 2011