Il Nobel Phelps: "Banche dell'innovazione per uscire dall'impasse"

IL PROTAGONISTA

Quando nei Paesi ad alto reddito vediamo emergere noia, scarsità di impiego e disaffezione nei posti di lavoro, la spiegazione sta nella mancanza di innovazione, sottolinea l'economista statunitense. L'Italia primo candidato ad adottare processi di cambiamento

di Gildo Campesato
“Guardi, sono trent’anni che vengo in visita in Italia, al punto che mi sento vicino al popolo italiano. E nonostante quel che a volte si dice, credo proprio che l’Italia sia fortunata ad avere la cultura necessaria per determinare un rinascimento della creatività e la realizzazione di nuove avventure nell’arena economica. Tanto più necessarie in tempi di crisi generalizzata come questi, dove la rinascita dello spirito di intrapresa e il rinnovamento delle istituzioni economiche è indispensabile se si vogliono sviluppare la prosperità e la crescita personale dei cittadini. Sono però necessari il ritorno allo spirito dell’innovazione e la sua realizzazione».

Edmund S. Phelps, premio Nobel per l’economia ha ribadito nel corso del suo ennesimo viaggio in Italia, stavolta per una lectio Magistralis alla Camera dei Deputati, la sua fede nell’innovazione. Per promuovere la quale si è fatto paladino di un’idea, la banca dell’innovazione che, concepita durante l’incontro a Parigi nel gennaio 2009 fra Sarkozy e Blair, ha fatto strada a tal punto che un disegno di legge per introdurla ha visto la luce proprio questa estate al Senato americano.
Anche se, a dire il vero, oltre a convinte adesioni l’idea di Phelps non ha mancato di incontrare scetticismo e freddezza, in particolare per la sua proposta che debba essere lo Stato il finanziatore fondamentale e garante di ultima istanza della banca dell’innovazione. Dubbi emersi anche durante l’ incontro romano dove non è mancato chi, assieme ad altre critiche, gli ha fatto osservare che istituti finanziari pubblici volti all’innovazione non sono sconosciuti nel passato italiano, con risultati non particolarmente confortanti, almeno nella maggioranza dei casi.

La convincono le obiezioni che ha ascoltato?
Sinceramente no. Anche perché la banca, o meglio i sistema di banche dedicate all’innovazione che propongo, dovrebbero sì avere alle spalle finanziamenti e garanzie pubbliche, ma agire come soggetto privato sul mercato dei capitali per attrarre fondi da investire in imprese che innovano, start-up incluse. Si tratta, ovviamente, di investimenti che incorporano una dose di rischio maggiore e che non sono molto interessanti per il mercato dei capitali che conosciamo oggi. Il supporto statale renderebbe meno onerosi i costi di approvvigionamento del denaro consentendo di prestare e di investire nelle imprese innovative a tassi interessanti. Tutto il contrario, dunque, dall’approccio statalista come lo avete sperimentato in Italia. Tanto più che nel mio schema è previsto un mix di investimento che prevede una partecipazione importante del settore finanziario privato.

Ma da dove viene l’innovazione?
Dalla gente comune che vuole fare business, non da disegni pubblici. Per questo penso che sia importante che in ogni Paese i governi contribuiscano a creare un corpo di banche dedicate a finanziare o a investire in business innovativi, non a stabilire dove deve andare l’innovazione. Anche per questo non mi convince la proposta Obama di ricreare l’esperienza della Nasa, magari investendo in progetti sponsorizzati dal governo su tecnologie verdi, carburanti alternativi, ricerca farmaceutica. Vorrei piuttosto ricordare il ruolo che fra 1880 e 1890 Deutsche Bank ha svolto in Germania per lo sviluppo delle nuove industrie del settore elettrico. Non ci si rende abbastanza conto che gran parte del dinamismo economico deriva dalle inclinazioni innovative di gente normale che ambisce a fare carriera nel settore imprenditoriale.

Ma che cosa è l’innovazione?
È l’adozione significativa e massiccia di nuove pratiche nella società o in alcune comunità. Non è mai l’invenzione di qualcosa che fallisce quando si tratta di adottarla. E una “buona economia” ha molto a che fare con la creazione e l’applicazione di nuove idee. Di conseguenza, nei Paesi dove non vi sono istituzioni capaci di rendere possibile ed incoraggiare l’innovazione non vi può essere buona economia.

Ma dove trovare i fondi pubblici in un momento di crisi dei bilanci statali come questo?
Bisogna fare delle scelte, ma le risorse vi sono. Ad esempio, proprio in questo viaggio ho appreso che in Italia ci sono ingenti fondi disponibili per lo sviluppo, in particolare i finanziamenti europei. Ho anche sentito dire che l’Italia è troppo piccola per potere veramente innovare, che non ha le dimensioni sufficienti sia economiche che del mercato dei capitali. Ma il Canada è troppo piccolo per dare vita al Blackberry? O l’Inghilterra è più grande dell’Italia? C’è una ragione di fondo per cui i governi dovrebbero supportare l’innovazione: senza una “buona economia” i cittadini non possono avere una prospettiva di una “buona vita”. Per averla le persone hanno bisogno di essere stimolate da nuovi sviluppi, impegnate da nuovi problemi, ingaggiate a confrontarsi con nuove sfide così da trovare crescita personale in questi processi, da avere la possibilità di fare la differenza, da raggiungere qualcosa. Nelle ultime settimane siamo testimoni di grida simili che emergono dai Paesi arabi.

Ma è così sicuro che “l’umana soddisfazione e senso di pienezza”, per usare sue parole, siano così determinanti per l’innovazione?

Negli anni Novanta il Canada aveva il rank più alto nella relazione fra occupazione e soddisfazione nel lavoro nel G7, seguito da Usa, Gran Bretagna, Giappone. Francia e Germania stavano in fondo, l’Italia a metà. Negli anni Duemila l’Italia è precipitata in fondo. La mia tesi è che quando nei Paesi ad alto reddito vediamo emergere noia, scarsità di impiego e disaffezione nei posti di lavoro la spiegazione sta generalmente nella mancanza di innovazione. Da questo punto di vista, l’Italia apparirebbe il primo candidato a stimolare l’innovazione. Come gli Stati Uniti, del resto, dove la job satisfaction è precipitata con la crescita della competizione internazionale e il declino dell’innovazione.

In Italia i ragazzi stanno a carico dei genitori sino a trent’anni e oltre.
È un problema. Credo che i giovani italiani siano sotto una forte pressione tra la volontà di rompere e di uscire da certe situazioni e la possibilità di farlo. È una situazione che andrebbe aggredita anche se non ho in mano la ricetta. Quel che so è che, soprattutto in periodi di crisi, bisogna riuscire a prendere misure decise, aggressive.

Si è polemizzato se l’Italia vada “rifatta” o “ricostruita”.
Rifatta. Non mi pare che ci sia tanta leadership innovativa nell’Italia recente.

07 Febbraio 2011