Scott Jovane: "Cloud rivoluzione. Ma con i tempi del mercato"

IL PROTAGONISTA

Le previsioni dell'Ad di Microsoft Italia: "Lo switch off non avverrà in un giorno. Se non altro perché si tratta di maturare un grande cambiamento culturale. Noi stessi dovremo modificare l’approccio al business"

di Gildo Campesato
«Acceleratore cloud»: è quasi un mantra quello che Pietro Scott Jovane, amministratore delegato di Microsoft Italia, lancia nel corso di questa intervista. Un mantra ricorrente, infilato dentro tutte le pieghe del suo discorso. Ad uso di chi ha la responsabilità dell’informatica nelle aziende, ma anche dei ceo che quelle aziende gestiscono, degli uomini politici che devono portare il Paese verso il futuro, degli amministratori pubblici cui spettano le scelte concrete, degli stessi cittadini-consumatori. “La nuvola cambierà tutto. Modo di lavorare, modo di vivere, modo di relazionarsi fra le persone. Pensiamo a Facebook o Twitter: la base tecnologica del loro successo è la cloud”. Chi la capirà per primo, avrà più carte in mano, è il messaggio di Scott Jovane: “La cloud è il futuro. Il tema non è se arriverà, ma quando”.
Me lo dica lei.
Ci vorrebbe la sfera di cristallo. Tutti coglieranno l’opportunità cloud: imprese, cittadini, pubblica amministrazione. In tempi e termini che non saranno decisi dai fornitori di tecnologia. In passato siamo stati noi vendor a forzare il mercato; ora è il mercato a decidere modi e tempi. È cambiato il paradigma: prima c’era sincronia tra soluzioni tecnologiche e mercato, ora dobbiamo convivere con l’asincronia.
Pare di capire che ci vorrà tempo per lo switch off.
Non avverrà in un giorno, ma avverrà. Col tempo necessario, però. Soluzioni cloud e prodotti on-site convivranno ancora a lungo. Se non altro perché si tratta di maturare un grande cambiamento culturale. Noi stessi dovremo modificare l’approccio al business. Pensi ai nostri partner. In Italia ne abbiamo 25.000, grandi come Telecom Italia o aziendine da 4 dipendenti. Non dovranno vendere prodotti, ma diventare provider di servizi, dimostrare che la fruizione cloud è migliore di quella proprietaria. Si tratta di cambiare mestiere.
Anche i clienti devono mutare approccio.
Non c’è dubbio. Per questo insisto nell’asincronia fra soluzioni tecnologiche disponibili e andamento effettivo del mercato. Dobbiamo riuscire far capire che le soluzioni tecnologiche come servizio sono più interessanti di quelle comprate: muterà il modo in cui i clienti percepiscono la tecnologia. Oggi è un costo da valutare in termini di Roi. In futuro, non sarà più capex ma opex, costo variabile in funzione dell’uso, voce di spesa associata ai ricavi, un elemento che traina il fatturato. Siamo allo show time per l’information technology.
Disegna una trasformazione epocale.
È così. Compito di aziende tecnologiche come la nostra è mettere i clienti in grado di cogliere queste trasformazioni alla massima velocità relativa possibile.
Perché relativa?
Perché il cloud cambia il mestiere di molte persone nel mondo “sottostante”: noi stessi, i nostri partner, i clienti, i cio, i ceo. E ci vogliono cambiamenti normativi. Le forzature eccessive sono dannose. Soprattutto se fatte con l’approccio sbagliato da vendor tradizionali, piuttosto che da fornitori di servizi. Dobbiamo ragionare sul medio-lungo termine in una logica win-win in cui il cliente diventa partner: tu devi capire cosa sto facendo e io devo parlare con te su quello che sto facendo, perché devo capire come realizzare una trasmigrazione tecnologica che ti sia veramente utile. Non siamo noi, ma la domanda e le esigenze dei clienti che traineranno la cloud e decideranno fortuna o insuccesso di una data soluzione.
Non è che indora la situazione?
Mi rendo conto che non è un passaggio banale, ma il cloud lo rende necessario. Per questo dico che le forzature sono negative: rischiano di distruggere il mercato. La trasparenza è un tema chiave. Vincerà chi a prezzo e tecnologia saprà abbinare nel cliente la percezione di credibilità e trasparenza.
Credibilità che oggi si scontra con i timori per privacy e security.
Più che comprensibili. Ma può affrontarli meglio una piccola o media realtà oppure una grande azienda come Microsoft che non può non avere un’attenzione spasmodica a queste tematiche, che ha la capacità di mobilitare investimenti nettamente superiori a qualunque Pmi? La risposta alla sua osservazione la danno aziende come la nostra che su sicurezza e privacy si giocano la loro credibilità.
Il mercato resta titubante.
Per questo è inutile forzare con switch-off prematuri. Meglio puntare su una strategia “ibrida”, capace di fare interagire prodotti tradizionali e soluzioni cloud. Dobbiamo accompagnare i nostri clienti per poterli convincere. L’unicità di Microsoft è proprio questa: tutti i nuovi prodotti sono sia in versione on-premise sia cloud, capaci di integrarsi da loro grazie ad Azure, il più grande Windows server al mondo. Lì si possono sperimentare soluzioni cloud da affiancare a quelle embedded aziendali, ad esempio nei momenti di picco. Sa cosa abbiamo verificato? Che chi prova il cloud per particolari esigenze, poi è più pronto ad utilizzare con più fiducia la nuvola.
Uno associa il nome Microsoft ad acquisto licenze e prodotti on-premise.
Fino ad oggi. Ma sarà sempre meno vero. Tra l’altro, il paradigma del cloud è l’interoperabilità: il vecchio dibattito fra open source e commercial software è superato. Non conta di che tecnologia sei, ma che tu sappia giocare in un campionato dove tutte le tecnologie coesistono. Non conterà che tecnologia usi, ma dove funzionano meglio le cose.
Cos’è cambiato?
È cambiato che oggi uno usa una miriade di dispositivi diversi: smartphone, pc, tablet, browser in generale. Questo significa che le aziende devono dotarsi di tecnologie che consentano a tutti i dispositivi di accedere ai contenuti aziendali. L’unico modo di farlo è mettere il cloud al centro dell’ecosistema.
Non è molto vantaggioso per il vostro business.
Solo apparentemente. In realtà per noi si apre un mercato cinque volte maggiore dell’attuale: se prima avevamo un miliardo di pc, ora abbiamo miliardi di device da servire. Per noi la cloud è una business opportunity strepitosa.
E per l’Italia?
Una grande sfida per il sistema Paese. Cloud, ad esempio, significa connessione broadband per tutti. Ma ce l’abbiamo? Richiede cultura Internet. Ce l’abbiamo? Richiede dotazione informatiche di aziende, pubblica amministrazione, imprese. Ce le abbiamo? Inutile nascondercelo: siamo indietro almeno 5 anni rispetto agli altri Paesi. Non possiamo permettercelo. Il cloud può essere un motore. Ad esempio, la compelling reason che spinge la domanda di broadband delle aziende. Con tutte le conseguenze che ne derivano. Si è calcolato che entro il 2013 la cloud economy contribuirà del 30% alla crescita del Pil europeo. È il maggior acceleratore di innovazione e sviluppo che oggi esiste: ma bisogna togliere i freni e far divenire la cloud economy parte fondamentale della strategia digitale dell’Italia.

21 Febbraio 2011