Caso Intel, Istituto Bruno Leoni: la multa Ue danneggia i consumatori

ANTITRUST

La "politica degli sconti" che ha fatto scattare la mega-sanzione al chipmaker non è sufficiente a sostenere le argomentazioni della Commissione Ue. E lascia spazio all'ipotesi che la decisione muova da argomenti "indipendenti da valutazioni di mercato"

di A.C.
La multa dell'Antitrust europeo a Intel - la più grande mai comminata dal Garante comunitario della concorrenza - poggia su un terreno sdrucciolevole e dimostra la necessità di ripensare l'applicazione del diritto comunitario della concorrenza. Lo sostengono Luca Mazzone e Alberto Mingardi nel Briefing Paper dell'Istituto Bruno Leoni "Here we go again. Antitrust e imprese innovative. Il caso Intel-UE e l'importanza del controllo giurisdizionale" (PDF ).

Intel è stata accusata dalla Commissione europea di aver praticato una "politica degli sconti" che avrebbe danneggiato i consumatori "tenendo fuori potenziali concorrenti dal mercato dei chip per computer per molti anni".

Tuttavia, secondo Mazzone e Mingardi, "La pratica degli 'sconti predatori' è controversa, come centro di un castello accusatorio. Il modo in cui la Commissione europea ha argomentato le sue accuse è discutibile e non si fonda su solide basi economiche".

Infatti, "L'unica evidenza certa è la costante diminuzione dei prezzi al consumatore - che è andata di pari passo al crescere della performance" dei microprocessori. Il problema, spiega il Briefing Paper, è che un settore ad alto tasso di innovazione può difficilmente essere ingabbiato in una griglia interpretativa "statica", come quella a cui si ispira la logica antitrust della Commissione. In questi casi "il tribunale di revisione non deve accettare acriticamente le dichiarazioni della Direzione Concorrenza", specie se esse prescindono da qualunque valutazione sull'effettiva dinamica del mercato.

In conclusione, scrivono Mazzone e Mingardi, "se nel mercato dei microprocessori abbiamo avuto una costante diminuzione dei prezzi ed una crescente innovazione di prodotto, con grandi benefici per le imprese acquirenti e quindi per i consumatori finali, non sembra esagerato sostenere che si constata una totale assenza di una corrispondenza fattuale tra la condanna e il fine che dovrebbe avere la 'tutela della concorrenza'. Quel che è più grave, ciò lascia spazio per ipotizzare che la decisione della Commissione muova da argomenti totalmente indipendenti da valutazioni di mercato".

25 Febbraio 2011