Il caso Gmail, Pechino replica a Google: "Accuse inaccettabili"

LA POLEMICA

Il ministero degli esteri cinese respinge al mittente le denunce sul blocco alla casella di posta

di P.A.
"Inaccettabile": la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino Jiang Yu ha definito così le nuove accuse rivolte da Google al governo cinese, nel corso della tradizionale conferenza stampa con i media stranieri.

Sabato scorso, il colosso di Mountain View aveva esplicitamente accusato la Cina di interferenze sul servizio di posta Gmail, attacchi hacker che la lunga mano della censura cinese sarebbe riuscita a camuffare da problemi interni al server di Google.

In effetti, chi prova ad aprire una casella Gmail dalla Cina registra da diverse settimane numerosi problemi: l'accesso risulta molto lento e in molti casi addirittura completamente bloccato; moltissimi utenti hanno riportato il mancato invio o la mancata ricezione di messaggi, e in diverse occasioni diventa impossibile registrare le lettere come "non lette", mentre altri servizi - come ad esempio quello messo a disposizione per rintracciare le vittime del terremoto in Giappone - sembrano quasi completamente bloccati.

Riesplode la contesa tra Pechino e Google? La stampa ufficiale cinese pubblica da tempo articoli che accusano il motore di ricerca di propagandare "i valori occidentali", paragonando la sua funzione a quella che svolsero ai tempi del colonialismo la Compagnia delle Indie e altre società straniere.

Nel gennaio dello scorso anno il primo motore di ricerca del mondo aveva accusato la Cina di una serie di attacchi hacker che puntavano alla sottrazione di numerose informazioni riservate dai server di decine di aziende e alla violazione delle caselle email di diversi dissidenti.

Google minacciò di dare il via libera a una serie di contenuti sgraditi al Partito Comunista Cinese, come ad esempio pagine di sostegno al Dalai Lama o al culto religioso proibito Falun Gong, decidendo infine di reindirizzare gli utenti cinesi sulla versione di Hong Kong del motore di ricerca.

La mossa - che aveva l'obiettivo di sottrarsi all'autocensura che tutti gli operatori del web cinese devono esercitare - risale esattamente ad un anno fa, ma non ha ottenuto grandi effetti: una volta reindirizzati sulla pagina Google dell'ex colonia inglese, gli incauti utenti cinesi alla ricerca di parole proibite vengono bloccati direttamente dal software di censura del governo, la cosiddetta "Grande Muraglia di Fuoco".

Google, insomma, è riuscito esclusivamente a preservare il suo motto "Do No Evil", mentre continua a perdere quote dell'immenso mercato cinese - quasi 500 milioni di navigatori - a favore dei motori di ricerca locali.

Ma non c'è solo il caso Google, tutta la Rete cinese è caratterizzata da controlli sempre più penetranti: da quando circa un mese fa un anonimo gruppo di dissidenti ha diffuso via internet comunicati che invitavano la popolazione a manifestare contro il governo come sta accadendo in Nord Africa e Medio Oriente, la maggior parte dei servizi Vpn - filtri a pagamento che permettono di aggirare i blocchi alle pagine sgradite - risultano paralizzati.

Moltissimi utenti cinesi e stranieri lamentano blocchi temporanei della rete telefonica solamente per aver utilizzato termini potenzialmente pericolosi come "liberta'" o "protesta" nelle conversazioni o nello scambio di sms. Le accuse di Google possono essere definite "inaccettabili", ma aggirare la "Grande Muraglia di Fuoco" diventa sempre più difficile

22 Marzo 2011