Le associazioni dell'e-commerce: "La direttiva Ue affossa il settore"

LA POLEMICA

Le organizzazioni che raccolgono gli operatori del commercio elettronico di Francia, Italia e Regno Unito contro il provvedimento varato da Strasburgo: se passa, spese aggiuntive per 10 miliardi sulle spalle dei clienti

di Paolo Anastasio
Le principali associazioni europee del commercio elettronico di Francia, Regno Unito e Italia sono scese in campo contro la recente direttiva del Parlamento europeo, emanata in difesa dei consumatori. Nel dettaglio, la francese Fevad (Fédération e-commerce et Vente à Distance), l’inglese Imrg (Interactive Media in Retail Group) e l’italiana Netcomm (Consorzio del commercio elettronico italiano) chiedono a gran voce ai rispettivi Governi di non sottoscrivere la proposta di Strasburgo e di invitare le Autorità centrali a consultare gli organi di rappresentanza del settore nei vari Paesi prima di legiferare in materia.

Lo scorso 24 marzo il Parlamento europeo ha approvato una serie di misure nell’ambito di una direttiva sui "Diritti dei Consumatori" che, secondo le associazioni di e-commerce, "rischiano non solo di minare alla base l’esistenza stessa del settore in Europa, ma anche di generare una pericolosa spirale inflazionistica sui prezzi dei prodotti venduti online".

Gli articoli della direttiva europea sotto accusa:

Articolo 22a, libertà di contratto - Secondo questa proposta i siti di e-Commerce avranno l’obbligo di consegnare in tutta Europa. In tal modo una piccola realtà che decidesse di aprire un sito in Italia o in uno qualsiasi degli altri Paesi dell’Ue, avrebbe l’obbligo fin dall’inizio di prevedere un sistema di pagamento con 7 valute differenti, un sistema di traduzione in 25 lingue e dei contratti di spedizione in 27 Paesi. "Si tratta di una complicazione che avrebbe come risultato immediato il freno di qualsiasi iniziativa imprenditoriale e l’uccisione sul nascere di qualsiasi start up online - attacca Netcomm - In un momento di crisi come quello che stiamo attraversando questo peserebbe enormemente sull’aumento della disoccupazione e, indipendentemente da ciò, non consentirebbe alle aziende di decidere liberamente a quali mercati rivolgersi sulla base del proprio modello di business, limitando al massimo la libertà imprenditoriale".

Articolo 12, diritto di recesso - Nei Paesi europei oggi il consumatore ha tra 7 e 10 giorni (in Italia 10) per cambiare idea e restituire un prodotto integro e non utilizzato, ottenendo da parte del venditore il rimborso del costo del prodotto. "La nuova direttiva introdurrebbe un ampliamento considerevole dei tempi per effettuare il reso, consentendo di effettuare la notifica entro 14 giorni e la restituzione entro i successivi 14 - continua Netcomm - In totale si quadruplica o trilpica, a seconda dei Paesi, il tempo per restituire il prodotto, lasciando quasi un mese di tempo (28 giorni) per esercitare questo diritto. Questo emendamento potrebbe avere serie conseguenze per i business online e potrebbe incoraggiare i consumatori a ordinare un numero maggiore di prodotti rispetto a quanti ne intendono comprare con effetti negativi non solo in termini di costi aggiuntivi per i venditori online, ma anche di forte aumento dell’impatto ambientale, generato dall’incremento del numero di viaggi di andata e ritorno dei corrieri per la consegna e il ritiro dei prodotti".

Articoli 16 e 17, diritto di recesso - Il sito di e-commerce è tenuto al rimborso del consumatore entro 14 giorni e non più entro i 30 prima consentiti. "Questo può generare l’assurda situazione di dover rimborsare il bene prima di riceverlo indietro e quindi non avendo la possibilità di verificare che il prodotto sia integro, non utilizzato e uguale a quello spedito - chiude Netcomm - Inoltre per gli ordini superiori a 40 euro, l’azienda è tenuta a rimborsare anche le spese di reso. Questo notevole aggravio per i venditori mina alla base la sopravvivenza di molti di loro, generando anche il rischio di un conseguente aumento dei prezzi su Internet".

"In primo luogo è assurdo che il Parlamento europeo legiferi in materia di e-commerce senza avere sentito nessuna delle associazioni di riferimento del settore nei vari Paesi europei - dice Roberto Liscia, presidente di Netcomm, Consorzio del Commercio Elettronico Italiano - Da un consulto con loro emerge questo dato di fatto che sarebbe già grave in assoluto. Lo diventa ancora di più, leggendo nel dettaglio i contenuti della proposta di direttiva che non pare certamente elaborata da persone che conoscono in profondità la complessità di questo settore. Da un’analisi condotta sulla base dei dati forniti dalle associazioni di categoria europee che rappresentano circa il 50% del comparto, l’incremento dei costi di trasporto che si genererebbero se questa direttiva passasse, ammonta a circa 10 miliardi di euro. Ad oggi, infatti, i costi di trasporto dell’e-Commerce europeo valgono circa 5,7 miliardi di euro. Con la nuova legislazione salirebbero a 15,6 miliardi. Questi emendamenti provenienti dall’Europa sono i più devastanti mai proposti in materia di commercio elettronico. Oltre a non essere necessari, genererebbero un incremento dei costi che ricadrebbe inesorabilmente su un peggioramento dei prezzi per i consumatori. Molte Pmi italiane ed europee si vedrebbero costrette a chiudere e molte start up addirittura a non nascere in un momento in cui la forza e la vitalità imprenditoriale è più necessaria che mai per portare l’Italia e l’Europa fuori da una crisi fortissima che ha lasciato pesanti segni e dalla quale ancora non siamo del tutto usciti. In Italia, poi, la gravità sarebbe ancora più evidente se si pensa che solo da poco tempo si sta recuperando il terreno perduto e mai come oggi si respira un fermento imprenditoriale che non può fare che bene al settore e all’intero sistema Paese".

18 Aprile 2011