Facebook ammette: campagna mediatica per screditare Google

IL CASO

Il social network conferma di aver assunto la società di public relations Burson-Marsteller per diffondere alla stampa notizie denigratorie sull'approccio alla privacy del motore di ricerca

di Paolo Anastasio
Facebook ha ammesso di aver ordito una campagna mediatica per gettare fango su Google. il social network ha assunto nel novembre scorso la società di public relation Burson-Marsteller, che ha lavorato tra gli altri per Hillary Clinton nella campagna presidenziale 2008, per invitare giornalisti a scrivere storie che facessero apparire Google sotto una luce negativa. In particolare, la campagna ha preso di mira i rischi per la privacy degli utenti del social network.

L'ammissione di Facebook è l'ultimo segnale della crescente rivalità fra i due colossi del web, che si contendono i clienti e il budget dei pubblicitari della Rete. Secondo quanto riportato dal Daily Beast, Facebook ha assunto Burson-Marsteller per persuadere i giornalisti e i paladini della privacy a scrivere storie critiche su Social Circle di Google.

Ma gli sforzi - riporta il New York Times - sono naufragati con Christopher Soghoian, un blogger statunitense frequente critico di Google, che ha pubblicato il proprio scambio di mail con Burson-Marsteller. Nelle mail un rappresentante dell'agenzia di pubbliche relazioni descrive Social Circle come un prodotto disegnato per "costruire dossier personali di milioni di utilizzatori, in flagrante violazione" degli accordi di Google con la Federal Trade Commission.

A peggiorare il quadro il fatto che Burson Marsteller, nell'esercitare pressione sui giornalisti, non ha mai dichiarato apertamente di lavorare per Facebook. La società di pubbliche relazioni ha precisato di non lavorare più per il social netowrk.

Facebook respinge le accuse di campagna denigratoria nei confronti di Google e precisa che l'obiettivo era quello di portare l'attenzione dei giornalisti su un problema di privacy. "Nessuna campagna denigratoria è stata autorizzata - osserva Facebook - Abbiamo assunto Burson-Marsteller per portare l'attenzione" sul problema della privacy, "utilizzando informazioni pubbliche che potevano essere verificate da tutti".

"Il cliente ci ha chiesto - osserva Burson-Marsteller - che il suo nome non comparisse nel mettere luce alle informazioni pubbliche disponibili". "Facebook dovrebbe cercare la strada - osserva con il Financial Times Simon David, direttore di Privacy International - per risolvere i suoi problemi non per mettere luce su quelli degli altri".

13 Maggio 2011