Pericolo bolla hi-tech. Una miccia le start up cinesi

MARKET VALUE

Secondo l'Economist l'euforia che sta contagiando il settore tecnologico ricorda quella di 12 anni fa. Oggi lo scoppio potrebbe essere causato dalle nuove aziende all'ombra della Grande muraglia

di Paolo Anastasio
La nuova bolla dell’hi tech sta crescendo a vista d’occhio. L’esuberanza irrazionale del mercato drogato da maxi quotazioni ha di nuovo contagiato il mondo di Internet. Investitori attenzione, ammonisce l’Economist, che nell’ultimo numero mette in copertina la nuova “tech bubble”, che tanto ricorda quella che colpì la Silicon Valley nel 2000.

Facebook e Twitter non sono quotate, ma sul mercato secondario il market value è rispettivamente di 76 miliardi di dollari per il social network (più della Boeing o della Ford) e di 7,7 miliardi di dollari per il cinguettio della Rete. E non è tutto, LinkedIn, il social network dei professionisti, stima di raggiungere una capitalizzazione di 3,3 miliardi di dollari dopo l’Ipo. E Microsoft ha sborsato la bellezza di 8,5 miliardi di dollari per rilevare Skype, il fornitore di servizi telefonici Voip, una somma dieci volte superiore al fatturato del 2010, con un premio di 400 volte rispetto gli utili operativi.

Ma almeno questi sono nomi grossi dell’hi tech, anche se l’euforia ha contagiato anche le start up meno “glamour”, come ad esempio Color, un social network specializzato in file sharing di fotografie, valutata sui 100 milioni di dollari, anche se il servizio non è ancora stato testato. Per non parlare dell’ondata cinese di start up, come Renren, il Facebook cinese, che al debutto a New York ha sbancato.

E allora, siamo tornati al 2000. Molte cose da allora sono cambiate, sostiene l’Economist, non ultimo il fatto che oggi ci sono 2 miliardi di connessioni a internet veloce nel mondo, mentre dieci anni fa Internet era ancora agli albori. Nel 2000 molte start up, ad esempio Webvan e Pets.com, avevano ambizioni smisurate ma ricavi irrisori. Oggi, le star del web come Groupon (acquisti di gruppo) oppure Zynga (social gaming), registrano fatturati e utili di tutto rispetto.

Anche il numero di Ipo è contenuto oggi rispetto all’ondata del 2000. E il Nasdaq veleggia intorno ai 2mila punti, rispetto ai 5mila cui era arrivato ai tempi d’oro pre-bolla del marzo 2000.

Oggi l’entusiasmo intorno all’hi tech è meno diffuso, limitato ad una platea di venture capitalist e private equity agguerriti che combattono per accaparrarsi quote nelle aziende più promettenti. Insomma, oggi il rischio di perdite di massa per l’investitore medio, quello che di solito in borsa non fa grandi cose, è più limitato rispetto al 2000.

Oggi, rispetto al 2000, l’entusiasmo per l’hi tech non riguarda soltanto la Silicon Valley, ma coinvolge anche altre economie, dalla Russia, all’Estonia – Skype è nato lì – passando per la Finlandia, dove Rovio, produttore del famoso game per smartphone Angry Bird, ha raccolto 42 milioni di dollari nel suo ultimo round di finanziamenti. In Cina ci sono Renren e Youku, il Youtube cinese, promettono utili anche agli investitori occidentali. Le start up cinesi raccolgono 15-20 milioni di dollari di finanziamenti “early stage”.

Facebook potrebbe diventare la prossima Google, una volta sbarcata in borsa, e anche LinkedIn potrebbe sfondare. Ma a far scoppiare la bolla, oggi come oggi, rischiano di essere le aziende cinesi, perché coloro che stanno correndo ad investire sotto la Grande Muraglia potrebbero aver sottovalutato i rischi politici di investire in un regime che fa della censura un cavallo di battaglia.

Nel 2000 lo scoppio della bolla contagiò anche il settore delle telco, che all’epoca stavano costruendo i network per Internet. Oggi, almeno questo problema non dovrebbe esserci, anche se i rischi di una nuova bolla ci sono tutti.

13 Maggio 2011