Modello iTunes anche per i contenuti del futuro?

New Media in cerca di business model: il convegno di RomaFiction Fest

di Roberta Chiti

“Se l’industria e la politica non saranno in grado di trovare modelli per la fruizione di contenuti multipiattaforma e se, soprattutto, non saremo in grado di offrire in rete contenuti a un ragionevole prezzo, rischieremo il fallimento”. Viviane Reding non fa sconti alla platea di rappresentanti dei player dell’audiovisivo riuniti da Fondazione Lazio al convegno sulla “Strategie e poltiiche per l’audiovisivo del terzo millennio”.  La commissaria Ue alla Società dell’informazione e dei media promette che Bruxelles sarà in grado già a settembre di presentare “una serie di proposte concrete sulle strategie che industria e governi” potranno adottare sulla gestione del copyright e il download illegale. Ma quello che la commissaria chiede è impellente: di fronte all’esplosiva mutazione nella distribuzione di contenuti serve fare prestissimo. Senza calare leggi repressive dall’alto, “destinate a non funzionare” perché figlie di vecchi meccanismi, ma rimboccandosi le maniche per dare a produttori e distributori un quadro certo che consenta al settore di risalire la china in cui la crisi e la contrazione della pubblicità l’hanno gettato e che, dice Martin Sorrell capo di Wpp, “dovrà affrontare ancora nel 2010”.

La domanda che rimbalza è: quale modello di business? Cioè: posto che Internet sta conquistando a ritmi vorticosi fasce sempre più ampie della popolazione, come riuscire a convincere queste masse a spendere per contenuti che riescono a trovare gratis? Che ruolo troverà la tv, sia pure digitale terrestre, nei nuovi scenari? La politica del “ragionevole prezzo”, lanciata da Riccardo Tozzi presidente Anica (producer section) e presidente della casa di produzione Cattleya, trova una conferma nella ricerca Ipsos Mori secondo la quale due terzi di utenti-pirati sono disposti a passare all’acquisto di contenuti a patto che il prezzo sia “ragionevole” (-32% rispetto alle tariffe online attuali). Riusciranno i broadcaster a concordare un “ragionevole prezzo” e conquistare almeno quella fetta di pubblico che è stata raggiunta dai micropagamenti di iTunes? Il fatto è che “i new media non hanno ancora trovato un modello di buisiness” dice Marco Bassetti consigliere di Apt e Coo di Endemol, mentre la tv tradizionale continua a tenere banco, probabilmente ancora fino al 2013: “Sarà una trasformazione radicale”, ma non sappiamo ancora quali strade seguirà. L’incognita europea sui new media, del resto, Bassetti spiega che parte da lontano, “dalla mancata costruzione, come invece è successo negli Usa, di un’industria a partire dal prodotto”, ma al contrario dall’avere dato poteri forti al broadcaster. Ora servono regole in grado di competere, ma tali che sia consentiti meccanismi come il product placement che favoriscano la ripresa della pubblicità.   

Per quanto la tv terrà banco? Sorrell prevede che “nei paesi sviluppati, dall'attuale quota di mercato attorno al 30-35% la tv scenderà al 20-25%”. E anche in Italia, dove la tv comunque riuscirà a mantenere, in termini di introiti, quote di mercato superiori rispetto alla media degli altri paesi, “la tendenza è la stessa”. Quindi: fare presto per non perdere la sfida con i Paesi orientali, più evoluti e più appetibili per gli inserzionisti pubblicitari, anche dotandosi di regole soft in grado di fare fiato agli investimenti. Il problema riguarda il periodo di transizione: cosa rappresenta per l’Iptv, tv o Internet? E come possono arrivarci i vecchi broadcaster? “Andiamoci piano con le infatuazioni per fenomeni che rischiano di tramontare: con Internet ancora non è chiaro da che parte possano arrivare gli introiti” dice Fedele Confalonieri presidente Mediaset. “Serve una rivoluzione mentale” dice il presidente Rai Paolo Galimberti che ricorda come la tv pubblica non stia godendo di buona salute non solo in Italia, ma in tutta Europa (un vero peccato, dato che la tv pubblica,  dice Sorrell, “è un brand che raccoglie la fiducia del consumatore, dunque dell’investitore”). D’altra parte se è vero che Twitter e Facebook rischiano di essere spazzati via dalla mancanza di revenue, è anche vero “che per un euro investito in nuova tecnologia sappiamo che ci sarà un euro e mezzo in termini di sviluppo economico - dice il viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani -: questo significa stiamo facendo le scelte giuste” sia sul fronte tv digitale terrestre che digital divide.



Full Story nel numero 14 del Corriere delle Comunicazioni  in uscita il 20 luglio

06 Luglio 2009