P2P, dove finisce la privacy e comincia il copyright?

FILE SHARING

Navigazione in Internet, serve un riordinamento del settore

di Patrizia Licata

La vicenda del sito Pirate Bay offre lo spunto ad Alessandro di Majo sul quotidiano Il Sole 24 Ore per riflettere sull’annosa questione dello scambio di file su Internet. Fino a che punto è ammissibile per il popolo della Rete appropriarsi del materiale altrui col sistema del peer to peer e dove inizia la violazione di copyright?

In attesa della pronuncia della Cassazione sull’oscuramento di Pirate Bay, “da cui si possono scaricare gratuitamente file (il tribunale di Stoccolma ad aprile ha condannato a un anno di carcere e a una multa da 2,7 milioni di euro i gestori e un finanziatore del sito)”, spiega di Majo, si riapre la nota “querelle tra privacy e copyright”. “La giurisprudenza italiana (soprattutto capitolina) non sembra avere raggiunto un indirizzo univoco”, secondo il giornalista del Sole: se nel 2006, in tema di diffusione di brani musicali attraverso il peer to peer, il tribunale civile di Roma ha decretato il diritto da parte del detentore di copyright di ottenere dal provider i dati anagrafici degli assegnatari di indirizzi Ip, nel 2007 lo stesso tribunale ha deciso in senso contrario, in nome della privacy dei consumatori.

“Per contrastare il fenomeno non rimane alle software house e alle case discografiche che agire contro le aziende che sviluppano i programmi di scambio dei file, senza intaccare il 'diritto alla riservatezza dei consumatori che operano sulla Rete in presunzione di anonimato’ (così il tribunale di Roma)”, riporta di Majo. Che auspica “un intervento chiarificatore tale da mettere ordine in un settore, come quello della navigazione via Internet, ove, data la mobilità di ogni bene e prodotto, non più ancorato a materia, i diritti proprietari (come sono quelli dell’autore) rischiano di risultare del tutto vanificati, visto che la loro utilizzazione non è più controllabile”.

14 Settembre 2009