Chi ha paura della Net Neutrality?

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Un fantasma si agita in Europa e in Nord America: quello della netwok neutrality. Nel senso che sta poco bene e potrebbe trapassare presto nel mondo dei più. Da una parte, si moltiplicano gli affondi di molteplici soggetti (istituzioni, tribunali, operatori) per riformare un principio fondante della Internet come l’abbiamo conosciuta finora: il network deve essere neutro. Cioè, gli operatori non devono discriminare (rallentare, velocizzare) il traffico degli utenti in base al suo contenuto, applicazione, servizio, mittente o destinatario dei pacchetti (né devono essere obbligati a farlo da leggi o tribunali). Quello che è da vedere è se questo principio necessita una riforma, perché la rete è cambiata, oppure se debba essere preservato, perché finora ha assicurato una Internet aperta e innovativa.

È ormai accettato, invece, che un operatore possa fare quality of service, cioè dare più banda, in caso di necessità, alle applicazioni che richiedono scambi in tempo reale tra gli utenti e Internet. È una pratica usata da anni dagli operatori. La tendenza è in aumento, vista la crescita del traffico sui network e l’aumento di popolarità della web tv e dei video in streaming e dell’unified communications (richiedono banda dedicata per funzionare al meglio). La differenza tra quality of service e discriminazione non è tanto tecnica (gli strumenti adoperati sono gli stessi, a livello di nodi e router degli operatori), quanto pratica e politica. La discriminazione va incontro alle esigenze delle aziende fornitori di servizi, dell’industria dell’audiovisivo oppure di lobby di governo là dove ambiscono a un più rigido controllo delle istituzioni su Internet. Tutti e tre questi soggetti stanno intensificando le proprie attività. Hanno cominciato i provider americani a discriminare il P2P a partire da Comcast e, da febbraio, Cox, il terzo più importante. A febbraio i provider canadesi hanno ribadito, all’Autorità di regolamentazione nazionale, il loro diritto a farlo.

L’interesse di alcuni provider è ridurre i propri costi di banda e/o compiacere l’industria dell’audiovisivo. Adesso cercano d’imporre l’idea che sia giusto discriminare alcune applicazioni, se comunicato con chiarezza agli utenti. A gennaio Tele2 è stata multata dall’Antitrust, in Italia, per averlo fatto in modo, secondo l’Antitrust, poco trasparente. La tesi dell’industria dell’audiovisivo cominciano a imporsi nei tribunali. Quello di Milano ha rifiutato, ancora una volta a febbraio, il ricorso di Aiip (Associazione dei principali provider italiani) che non voleva essere costretta a filtrare siti esteri che vendono sigarette. Temono un crescendo che imponga loro maggiori responsabilità di controllo sui siti. Come si vede, il dibattito sulla neutralità non investe solo provider, ma anche siti, soprattutto quelli che ospitano contenuti degli utenti, come YouTube o Facebook.
Da ultima, la politica: da qualche settimana è in corso un’ondata di proposte di legge per imporre ai provider una qualche forma di responsabilità e obbligo a filtrare, vigilare su siti e comportamenti di utenti (passibili di violare il diritto d’autore o altre leggi, come nei gruppi pro-mafia su Facebook). È il caso dell’emendamento D’Alia, delle proposte Carlucci e Barbareschi, in contesti diversi. Di contro, si rafforza il fronte opposto. A febbraio è nata Nnsquad Italia, organizzazione pro neutralità della rete, costola di un analogo progetto Usa. In Norvegia, provider e associazioni consumatori hanno firmato un accordo a tutela della neutralità. Cresce la consapevolezza del pubblico su questi temi, come dimostrato dall’aumento di test gratuiti online per capire se il nostro provider viola la neutralità (per esempio, www.measurementlab.net).

16 Marzo 2009