Blogger, la magnifica preda

SOCIAL NETWORK 1

di Matteo Buffolo
Facebook, stando agli ultimi annunci, conta più di 175 milioni di utenti. Ovvero, la sua “popolazione” è più grande di quella della Russia. A dire il vero, la sua popolazione lo renderebbe la sesta nazione più popolosa del mondo.  È per questo, e solo per questo, che  - anche se finora di ricavi se ne sono visti pochi - Microsoft aveva valutato il più grande social network del mondo 15 miliardi di euro. Perché la ricchezza di queste aziende, di questi servizi diventati ormai quotidiani nella vita di tantissima gente, sono gli internauti. O, meglio ancora, le informazioni, i tempo, i dati scambiati dal popolo della Rete.


Di fatti sono gli iscritti alla community a possedere il mezzo anche senza azioni e senza partecipare alle spese (molte) e ai ricavi (pochi) dei “padroni”. Senza utenti - è scontato - i social network non esisterebbero. E non è un caso se Facebook è costretta in qualche modo a fare i conti con gli umori dei propri cittadini. Pena il collasso del pianeta. Ecco perché a febbraio scorso la decisione di cambiare i terms of use (l’accordo che ogni utente deve sottoscrivere quando si iscrive) che prevedeva il diritto di sfruttare in maniera perpetua, irrevocabile e cedibile tutti i contenuti pubblicati dagli utenti (anche quelli successivamente rimossi) ha provocato una tale levata di scudi (gli iscritti hanno minacciato di trasferirsi altrove)  da costringere Facebook alla ritirata: i terms of use non subiranno modifiche. E anzi, il 26 febbraio, è stato addirittura creato uno spazio per consentire agli utenti di discutere e partecipare al processo decisionale, almeno per quanto concerne le relazioni fra iscritti e azienda. Proprio a testimonianza che l’unica cosa che conta sono le persone. Ed è attorno alle persone che si sta combattendo la più feroce battaglia di potere.


I duellanti sono Facebook e Google e la posta in palio sono i gusti degli utenti. Obiettivo: anticipare la spesa, predirla e indirizzarla. Ai fini del business, naturalmente e non certo di mere indagini sociologiche. Da un lato la politica esclusivista di Facebook, dall’altro la spinta del motore di ricerca di Mountain View verso un modello più aperto agli sviluppatori. “Tutto questo è amplificato dalla socialità del web - spiega David Glazer che  per Google si occupa della sezione “social” -. Ogni attività che facciamo su Internet sarebbe migliore se la facessimo assieme agli altri: se i quotidiani online ci mostrassero gli articoli più letti dai nostri amici, se cercando un ristorante sapessimo se qualcuno nel network ci ha già pranzato. Insomma, ogni azione che riguarda la quotidianità. Ma c’è una barriera importante”. Che è appunto data dal fatto che le informazioni rappresentano in un certo qual modo una ricchezza: la possibilità di orientare le nostre scelte.


Per questo, chi le ha, se le tiene ben strette e su ciascun social network è necessario usare nomi e password diversi e ricostruire la rete dei contatti volta per volta. Per questo, quando il seguitissimo blogger Robert Scobble ha tentato di crearsi, tramite un programma ad hoc, una copia del suo “dossier” su Facebook, è stato “bannato” (alias eliminato). Le regole parlano chiaro: cercare di scaricare i dati, anche i propri, in automatico, è severamente vietato. “I maggior social network difficilmente cederanno a logiche open - sostiene Grant Robertson lead blogger di Aol’s Download Squad -. Per un semplice motivo: non gli conviene”. “La realtà è che questa sorta di rubrica di indirizzi, telefoni e facce più nuance di quelle cartacee che si usavano una volta - commenta Glazer - diventa spesso “indispensabile” per chi comincia ad usarla. E per questo, da qui a qualche anno, ci importerà sempre di più chi possiede i nostri dati e soprattutto se sono chiusi o se sono open”. Una questione non da poco considerato - ed è l’unica cosa certa - che i dati valgono oro.

27 Marzo 2009