Pechino a Clinton: "Discorso che mina i rapporti Usa-Cina"

LO SCONTRO SUL WEB

La replica al Segretario di Stato: "Accuse false e non rispettose della cultura del Paese". Per i media governativi la libertà su Internet è "un'arma dell'egemonia americana"

di Davide Lombardi
Il discorso sulla libertà in rete di Hillary Clinton non è andato giù alle autorità cinesi, la cui risposta non si è fatta attendere ed è stata affidata a una nota del portavoce del ministero degli esteri Ma Zhaoxu: “Sono accuse che negano la realtà e danneggiano i rapporti fra i due paesi”.

La Clinton aveva chiesto alla Cina di smetterla con la censura sul web e di indagare sui responsabili del cyber attacco a Google. Accuse prive di fondamento secondo il Governo cinese che rivendica la sua grande apertura al web e il rispetto della libertà d’espressione. “Internet in Cina è aperto e la Cina è il Paese più attivo nello sviluppo di Internet, – recita la nota - alla fine dell' anno scorso i navigatori cinesi hanno raggiunto la cifra di 384 milioni e ci sono 3,68 milioni di website e 180 milioni di blog; la Cina ha la sua situazione nazionale e le sue tradizioni culturali e gestisce Internet in accordo con le sue leggi e con le pratiche internazionali...La Costituzione cinese garantisce ai cittadini la libertà di opinione”. In conclusione il Governo cinese addolcisce il messaggio esprimendo la volontà di proseguire nel dialogo, nonostante le divergenze.

Le accuse più dure al governo Usa giungono però da studiosi esperti di politica internazionale. Come Wang Yizhou, certamente non quello che si potrebbe definire un intellettuale indipendente, dato che lavora alle dirette dipendenze del Partito Comunista Cinese, secondo cui gli Usa parlano sempre del web libero, ma il controllo governativo statunitense si infiltra in tutto il Paese ed estende la sua influenza sui server di tutto il mondo. Secondo Yu Wanly, dell’università di Pechino, “la cosiddetta libertà di Internet della Clinton è dominata dagli Usa, perché dei server che gestiscono il web dieci su tredici si trovano negli Usa”.

Anche i media governativi attaccano la Clinton: il Global Times sostiene che la libertà di Internet sarebbe solo un’arma dell’egemonia americana. Poi lancia l’affondo: “è uno spudorato tentativo di imporre i propri valori ad altre culture nel nome della democrazia, e la politica cinese vuole evitare di diventare vittima dell’imperialismo mediatico”. Il China Daily riporta invece un sondaggio secondo il quale l’81% dei cinesi sarebbe contrario a Google senza filtri e censure e si opporrebbe alle richieste di Mountain View.

Di tutt’altro tono invece le dichiarazioni dei blogger cinesi più scaltri, quelli che sono riusciti ad aggirare la censura e a postare su Twitter le proprie opinioni. Che sono quasi tutte a favore della Clinton. C’è chi parla di una dichiarazione di guerra delle nazioni libere a quelle autarchiche, chi paragona il discorso della Clinton a quello della cortina di ferro di Churchill e chi enfatizza la libertà di Internet come cosa positiva per tutto il genere umano.

Insomma, in attesa della risposta americana, una cosa appare certa: chi sin dall’inizio pensava che il caso Google-Pechino si sarebbe trasformato in uno scontro diplomatico fra le due maggiori potenze mondiali non aveva tutti i torti.

22 Gennaio 2010