Dall'editoria alle reti mobili. Tutti contro Google

IL PAGINONE

Editori e carrier puntano il dito contro BigG. Si profilano nubi sul futuro del suo business?

di Federico Ferrazza
Nel 1998 era solo l’idea di due giovani – Larry Page e Sergey Brin – appena laureati. Oggi è la più grande Internet company del mondo. In 12 anni, infatti, Google è cresciuta come nessun’altra azienda della Rete e – solo per dare qualche numero – nel quarto trimestre del 2009 ha registrato un fatturato di 6,67 miliardi di dollari con una crescita del 17% rispetto allo stesso periodo dello stesso anno. Le cose, dunque, vanno bene. Eppure Google – come ogni colosso che si rispetti – è sotto assedio. Negli ultimi mesi istituzioni pubbliche, competitor, mondo finanziario, mercato, tutti stanno puntando il dito contro BigG. I motivi sono diversi e oggi hanno portato Google a “combattere” su otto fronti. Che – per la prima volta nella sua storia – fanno apparire delle nubi sul futuro del suo business.

Italia
Partiamo dal nostro paese. Dove il 24 febbraio il tribunale di Milano ha condannato Google (in quanto proprietaria di YouTube) per aver pubblicato il video di un bimbo autistico picchiato a scuola: a tre dirigenti del gigante di Mountain View sono stati inflitti sei mesi con la condizionale per violazione della privacy. Una sentenza che ha fatto molto rumore tanto che in difesa di BigG si sono mossi addirittura Hillary Clinton e l’ambasciata Usa in Italia. E che se rimarrà confinata in Italia non creerà grossi problemi a YouTube. Ma se anche in altri paesi passasse la linea secondo cui YouTube deve visionare tutti i filmati prima di pubblicarli, il colpo per Google sarebbe fortissimo, con il rischio di chiudere l’upload dei video in alcuni mercati.

Europa
Se in Italia c’è qualche frizione, la situazione è critica anche in Europa. Dove la Commissione ha di recente messo BigG sotto la lente di ingrandimento. Per due ragioni. La prima riguarda sempre la privacy. L’Europa ha infatti bacchettato Google per Street View, il servizio dentro le sue mappe che permette di vedere le strade con immagini panoramiche, chiedendogli di ridurre a sei mesi (ora è un anno) il tempo di conservazione delle foto e di ritoccare “pesantemente” le foto in cui appaiono delle persone per garantire la loro riservatezza. La seconda ragione coinvolge l’Antitrust che sta studiando possibili pratiche anticoncorrenziali nel settore dei motori di ricerca. Per ora non c’è alcuna sanzione all’orizzonte ma la questione rimane aperta anche dopo le recenti dichiarazioni ufficiali di Microsoft che invita la commissione a studiare il caso Google, per evitare che blocchi alcuni mercati con le sue politiche.

Cina
A gennaio Google aveva minacciato di “uscire” dalla Cina dopo l’ennesimo attacco alle caselle di posta di Gmail da parte di pirati informatici, secondo BigG al soldo della censura di Pechino. Sono passate diverse settimane e quella che sembrava (anche) un atto di ribellione per la libertà in Rete è rimasta solo una dichiarazione. Nel frattempo, infatti, Google non ha bloccato le assunzioni di 40 nuove persone nei suoi uffici cinesi e non sembra intenzionata a lasciare un mercato da 300 milioni di potenziali clienti. Neanche se – come prevedibile – il governo cinese, che ha il coltello dalla parte del manico, non gli farà alcuno sconto eliminando i suoi filtri censori.

Editoria
Ormai sono mesi che Rupert Murdoch è il rappresentante di (quasi) tutti i principali gruppi editoriali del mondo in un attacco frontale a BigG. L’accusa: “Google fa i soldi con i nostri contenuti”. Ma quella che sembrava una battaglia commerciale potrebbe ora spostarsi in tribunale. Secondo il New York Magazine, infatti, il tycoon australiano è pronto a denunciare Google se non riusciranno a trovare un accordo che porti parte dei soldi guadagnati con la pubblicità dal colosso di Mountain Vew nelle casse di News Corporation.

Reti broadband
Per Google rischia di aprirsi anche il fronte con gli operatori di telefonia fissa: rimproverano a bigG di approfittare dei loro investimenti nelle reti a banda larga per fare soldi con la pubblicità lasciando le telco all’asciutto. È stato il ceo di Vodafone, Vittorio Colao, ad aprire ufficialmente la campagna approfittando della vetrina offertagli dal Mobile world congress di Barcellona: “Gli operatori hanno bisogno di accedere a nuove forme di ricavi dalle proprie reti, soprattutto in segmenti come la pubblicità, ma ciò non è al momento possibile perché non viene garantita la concorrenza. L’“80% della pubblicità online viene convogliato nell’unico imbuto di Google”.

Telefonia mobile
Quando, alla fine del 2007, il consorzio Open Handset Alliance – di cui Google fa parte – annunciò lo sviluppo di Android, un sistema operativo open source per telefonini, analisti e stampa si affrettarono a sentenziare che il “Googlefonino” avrebbe rivoluzionato il mercato degli smartphone. Non è andata così. Almeno finora. Le vendite stanno andando discretamente ma non benissimo. Secondo i dati di febbraio di Gartner, gli smartphone Android, infatti, hanno una quota di mercato del 3,9%, ancora lontana da quella di Symbian (46,9%, in discesa), Rim (19,9%) e iPhone (14,4%).

Social Network
Il vero tallone di Achille di Google sono i social network. Negli anni ha provato, senza particolare successo, a lanciarne uno tutto suo per spodestare il primato prima di MySpace e ora di Facebook, che hanno – rispetto a Google – una buona quantità di dati in più sui loro utenti (utilissimi in pubblicità). Orkut ha infatti deluso le aspettative e oggi è un social network di discreto successo solo in Brasile e India, dove praticamente registra tutto il suo traffico. Ora, quindi, ci riprova con Buzz (e con l’impressione di aver accantonato velocemente Wave). Ma le prime impressioni del nuovo social network made in Google non sono delle migliori: gli utenti non vedono di buon occhio – per motivi di privacy – la profonda integrazione con Gmail e i suoi contatti. Una mossa che nei piani di Google doveva essere vincente: un social network nuovo di zecca con una base utenti di oltre 100 milioni di utenti. Che però finora non sembrano aver gradito un servizio non richiesto.

Wall Street
Al centro di tutti questi attacchi, Google ha registrato una flessione anche in Borsa. “Colpa” anche del recente annuncio di voler portare Internet a 1 Gigabit al secondo a 500mila americani: un progetto da due miliardi di dollari. Ma non è per il valore economico dell’impresa che Wall Street guarda con diffidenza a Google nelle ultime settimane. I continui annunci di nuovi servizi stanno facendo credere ad alcuni analisti (e al mercato) che Google sia in affanno non avendo chiaro il futuro del suo attuale (e più profittevole) business: la pubblicità. Con la conseguenza che dall’inizio dell’anno le azioni sono calate del 14% contro una media del -3%.

05 Marzo 2010