Sui marchi contraffatti Google ha vinto davvero?

LA GUERRA UE CON VUITTON

Giornata convulsa per Google. Dalla Corte di giustizia Ue sentenza favorevole solo a metà nella guerra sui marchi contraffatti. Si consuma lo strappo con Pechino: per accedere ai siti "proibiti" gli utenti cinesi dovranno passare dalla pagina di Hong Kong

di Roberta Chiti
Altra giornata "memorabile" oggi sul calendario di Google. Che sul fronte europeo riscuote un verdetto solo apparentemente a proprio favore nella causa che ha visto coinvolto il servizio AdSense. E sul fronte orientale taglia i ponti con la Cina dirottando gli utenti su Google Hong Kong.

Andiamo con ordine. Il motore di ricerca vince il primo round nella guerra dei brand contro Louis Vuitton, ma perde sul lungo termine. L’azienda californiana, ha stabilito oggi la Corte Ue, non ha violato il diritto sui marchi perché “se un marchio è stato utilizzato come parola chiave - dice la Corte -, il suo titolare non può far valere nei confronti di Google il diritto esclusivo che egli trae dal suo marchio”.

Ma la sentenza mette anche paletti con i quali Google dovrà fare i conti da qui in avanti. Ai possessori di marchio la sentenza di oggi dà infatti la possibilità di fare causa rivolgendosi ai giudici del proprio Stato. La Corte ha infatti decretato che spetta al giudice nazionale accertare, "caso per caso, se i fatti della controversia sottopostagli siano caratterizzati da tale violazione o dal rischio della violazione".

Inoltre per la prima viene volta chiamata in causa la “responsabilità” del motore di ricerca o l’eventuale neutralità (si parla di "passività") della tecnologia adottata: la Corte osserva infatti che "spetta al giudice del rinvio esaminare se il ruolo svolto dal prestatore (Google, ndr) sia neutro, in quanto il suo comportamento è meramente tecnico, automatico e passivo, comportante una mancanza di conoscenza o di controllo dei dati che esso memorizza". Perché se, prosegue la nota, "egli non ha svolto un ruolo attivo, tale prestatore non può essere ritenuto responsabile per i dati che egli ha memorizzato su richiesta di un inserzionista”. Ma il "prestatore" è invece ritenuto responsabile se “essendo venuto a conoscenza della natura illecita di tali dati o di attività di tale inserzionista, egli abbia omesso di prontamente rimuovere tali dati o disabilitare l'accesso agli stessi".

Sia Google sia il gruppo Lymh (che controlla il marchio Vuitton) plaudono alla sentenza. Per Lymh viene stabilito "che non si può fare pubblicita' online usando come parola chiave un marchio registrato senza il consenso di chi ne detiene il diritto". Mentre Google commenta la sentenza sostenendo che "il diritto dell'utente ad avere un'ampia scelta nei risultati delle sue ricerche è superiore al diritto dei marchi di proteggere il proprio nome".


Intanto Google consuma lo strappo con la Cina. Da oggi gli internauti cinesi vengono reindirizzati sul sito della compagnia che ha sede a Hong Kong. Poco dopo l'annuncio dell'azienda Usa, un funzionario governativo citato dall'agenzia Nuova Cina ha accusato Google di non aver “rispettato la parola data” al momento del suo ingresso nel Paese, nel 2006. Col passare delle ore, Pechino smorza i toni di una polemica esplosa mentre Cina e Stati Uniti sono ai ferri corti su una vasta gamma di temi che vanno dal commercio al Tibet, alle relazioni con Taiwan.

Un portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang, ha sostenuto in una conferenza stampa che 'l'incidente di Google e' un atto isolato di una compagnia commerciale, non vedo come possa avere alcun impatto sulle relazioni con gli Usa, a meno che qualcuno non lo voglia politicizzare'. Quando Google ha annunciato la decisione di chiudere il sito Google.cn in Cina era notte fonda. Da quel momento in poi, gli internauti che si collegano al sito vengono automaticamente diretti su Google.com.hk, situato nella ex-colonia britannica. Ma per il momento è ancora impossibile l’accesso ai siti “proibiti” Google utilizzando Google.com.hk. Per chi usa Internet in Cina l'unica strada per accedere ai siti vietati - che comprendono i social network YouTube, Facebook e Twitter - e' quella di utilizzare proxy server con indirizzi stranieri, che la 'Grande Muraglia' riesce a volte a disturbare ma non a bloccare.

23 Marzo 2010