Il Tribunale: Google non è un semplice host

PRIVACY

Rese note le motivazioni alla condanna dell'azienda californiana: "La scritta sul muro non costituisce reato per il proprietario del muro. Ma il suo sfruttamento commerciale può esserlo"

"La scritta sul muro non costituisce reato per il proprietario del muro. Ma il suo sfruttamento commerciale può esserlo, in determinati casi e determinate circostanze": è uno dei concetti chiave contenuti nella sentenza contro i tre dirigenti di Google per violazione della privacy. La condanna era stata inflitta per il filmato del ragazzo autistico malmenato dai compagni, rimasto per due mesi su Googlevideo. Ma non può esistere “la ‘sconfinata’ prateria di Internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato” scrive il giudice di Milano, Oscar Magi, nelle 111 pagine di motivazioni. “Esistono, invece, leggi che codificano comportamenti e che creano degli obblighi; obblighi che, ove non rispettati, conducono al riconoscimento di una penale responsabilita”.

Il 24 febbraio scorso tre dirigenti di Google vennero condannati a sei mesi, con la sospensione condizionale della pena, per violazione della privacy, mentre vennero assolti dal reato contestato di diffamazione. Un quarto dirigente, accusato solo di diffamazione, venne assolto. L'inchiesta a carico dei dirigenti di Google è stata coordinata dai pm di Milano Alfredo Robledo e Francesco Cajani.
La condanna dei tre dirigenti era stata criticata duramente dall'ambasciata Usa a Roma, la quale aveva sostenuto che “il principio fondamentale della libertà di Internet è vitale per le democrazie”.

L'informativa sulla privacy “visualizzabile per l'utente dalla pagina iniziale del servizio Google Video” era “talmente nascosta nelle condizioni generali di contratto da risultare assolutamente inefficace per i fini previsti dalla legge” si legge ancora nella sentenza. L'informativa sulla privacy “visualizzabile” per l’attivazione “del relativo account al fine di porre in essere il caricamento dei files da parte dell'utente medesimo, era del tutto carente, o comunque talmente nascosta” da risultare inefficace.

Il reato di violazione della privacy, per il quale sono stati condannati i tre dirigenti di Google è stato commesso in parte anche “negli Stati Uniti d’America, luogo ove hanno indubitabilmente sede i server - scrive il giudice Magi -. Non vi è dubbio che perlomeno parte del trattamento dei dati immessi a Torino sia avvenuto fuori d'Italia” ovvero negli Usa, dove hanno sede i server, “e cioe' le macchine che trattano e immagazzinano i dati di proprietà di Google Inc.”. Il giudice ha poi spiegato che la “competenza per territorio” è di Milano, perché il reato è stato consumato “perlomeno in parte” in Italia.

“Sono passati quasi due mesi dalla sentenza del tribunale di Milano ed ancora non risulta che i vertici del provider Google abbiano preso delle iniziative per rendere il motore di ricerca più sicuro”. Lo dice il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri.
“Trovai all'epoca esemplare - dice Gasparri - la sentenza, non solo perché nessuno aveva vigilato abbastanza per impedire che quel filmato shock fosse messo in rete, ma soprattutto perché nessuno aveva collaborato per rimuovere quei contenuti violenti in maniera tempestiva. Dopo le decisioni del Tribunale, resta il grande silenzio di Google che non si è chiaramente espressa con delle iniziative o nuovi strumenti a tutela degli utenti contro la diffusione incontrollata di contenuti violenti”.
Resta un vuoto normativo, dice Gasparri “al quale va comunque posto rimedio. Ma nell'attesa ci saremmo aspettati da un'azienda nota come Google maggior senso della responsabilità e qualche iniziativa che potesse dimostrare la buona fede di allora dei vertici”.

12 Aprile 2010