Frequenze digitali si affaccia l'ipotesi trading

LA GUERRA PER GLI 800 MHZ

Braccio di ferro fra emittenti locali, governo e Agcom sul piano di riordino dello spettro radio. In vista del Consiglio dell'Authority del 3 giugno si fanno largo ipotesi per risolvere l'enigma italiano

di Roberta Chiti
Monoscopi che si ripetono, canali senza programmi, il tasto del telecomando che scorre a vuoto. E’ la storia di questi mesi di molte tv locali, catapultate nella grande prateria della piattaforma digitale ma senza risorse adeguate per utilizzarla. Non va bene. E che non vada bene cominciano a dirlo anche ai “piani alti”: a cominciare dal vice ministro alle Comunicazioni, Paolo Romani. “Le frequenze sono un bene di tutti - ha detto al forum di Aeranti-Corallo -. Inammissibile sfruttarle solo al 40, 50 o 60%”. La pensa così anche il commissario Nicola D’Angelo di Agcom (“Non è giusto questo spreco di risorse”) e il presidente di Dgtvi, Andrea Ambrogetti (“Liberate quelle inutilizzate”).

Ma intanto le tv locali protestano. Il digitale terrestre rischia di strangolarci, dicono, mandando sulla strada centinaia di dipendenti. Non ci sono soldi per investire in nuovi programmi, ma sulle frequenze - “il nostro asset” dicono - non demordono. E chiedono a gran voce che il nuovo Piano frequenze Agcom venga modificato. In effetti hanno già incassato il rinvio al 3 giugno del Consiglio Agcom che dovrebbe discuterlo e approvarlo. Maurizio Giunco, presidente Frt e Marco Rossignoli coordinatore Aeranti-Corallo: “Il Piano discrimina le tv locali riservando loro le frequenze peggiori”. Così com’è stato elaborato dai consulenti dell’Authority, dicono, colpirebbe al cuore il sistema delle tv locali. Perché è “troppo ingegneristico” e tenta di far quadrare i conti italiani con le richieste dell’Unione europea: una fetta dello spettro deve essere destinata a un utilizzo “ibrido”: non solo tv, ma anche comunicazioni wireless. In altre parole quella banda larga mobile per costruire la quale in Germania, per esempio, gli operatori hanno pagato allo Stato (che ha venduto all’asta le frequenze) 3 miliardi e mezzo di euro. Ma in Italia, caso unico nel mondo occidentale, ci sono 580 emittenti locali: ognuna di loro con un “asset”, le frequenze, da difendere.

Qualche soluzione comincia ad affacciarsi. E la parola chiave sembra “cessione”. Il trading è un’operazione ammessa dalla  regolamentazione. Ma c'è anche un’analisi del Poltecnico di Torino, scrive oggi la Repubblica, che suggerisce ad Agcom di vendere all’asta ai carrier le frequenze destinate alle tv locali: gli operatori darebbero poi in uso parte delle frequenze alle locali sia pure in modo provvisorio. Soluzione che fa eco alla proposta lanciata da Nicola D’Angelo: la strada, secondo il commissario Agcom, è quella di cedere la capacità trasmissiva eccedente. Il 2015 è vicino, dice D’Angelo, e per quella data anche l’Italia verrà chiamata dalla Ue a fare un utilizzo promiscuo delle frequenze in banda 800 Mhz: non solo tv, ma anche Lte. La neutralità tecnologica deve investire anche lo spettro “televisivo”. E allora perché non cavalcare quella data come una chance? Per sopravvivere e rilanciare le emittenti locali devono fare sistema: consorziarsi (in condomini di mux) e introdurre elementi orientati a questa possibilità. Ma ce la faranno le locali a mettersi d’accordo ora, dopo non esserne state capaci fin qui?

28 Maggio 2010