Google: "L'editoria deve tagliare il cordone con la carta"

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Il vicepresidente dell'azienda, Carlo D’Asaro Biondo, al Corriere della Sera: "Non siamo una pipeline né una media company, ma una piattaforma. E Google News non è una nave pirata: chi è a bordo ha scelto di starci”

di Patrizia Licata
“Abbiamo certamente fatto degli errori, ma siamo un’azienda giovane. Crescendo, diventiamo meno aggressivi e più collaborativi”. Per la prima volta Google risponde a un giornale italiano, Il Corriere della Sera, tramite il vicepresidente Carlo D’Asaro Biondo, uno dei quattro capi area mondiali, difendendo le sue scelte e il suo ruolo di motore del cambiamento.

Sull'immagine esterna del colosso del web si è disegnata qualche ombra: l’azienda che ha il “fare del bene” come sua ragione sociale è diventata una straordinaria macchina che cresce e fa profitti, offre tecnologie innovative, ma poi mette in allarme coi suoi comportamenti monopolistici gli organismi antitrust di mezzo mondo e scatena indagini per le violazioni, pur se involontarie, della privacy: proprio in questi giorni, dopo la crociata dei 30 Stati Usa per i dati wifi captati con i veicoli di Street View, in Gran Bretagna si sta mobilitando l’associazione Privacy International, che sostiene che Google ha violato la legge inglese sull’intercettazione delle comunicazioni e il cui scopo ultimo è portare a un’inchiesta ufficiale delle autorità governative.

D’Asaro Biondo chiarisce: “Premesso che siamo un’azienda molto orientata a soddisfare il cliente – e i nostri utilizzatori ci sembrano assai soddisfatti di quello che offriamo loro – non ho difficoltà a riconoscere che ci sono problemi. Ma guardiamo anche di cosa stiamo parlando: la privacy. Va certamente protetta, ma cos’è? E’ un concetto in piena evoluzione”.

La privacy è percepita con sensibilità diverse da giovani o meno giovani, e nei diversi Paesi: l’Europa, per esempio, la difende più degli Usa. “Ma non è solo questo”, prosegue D’Asaro Biondo. “In Turchia i governanti mi chiedono di cancellare da YouTube ogni video che contiene critiche al padre fondatore Ataturk e all’attuale esecutivo. Un’azienda giovane come la nostra, in questo contesto, cerca un minimo denominatore comune. E’ inevitabile che in questo processo si creino frizioni”.

Restando in Ue, dove c’è privacy e non censura, come giudica il vicepresidente di Google la sortita più che furibonda di Eric Schmidt sulla sentenza dei giudici di Milano? “Faremo appello, ma non sta a me commentare i processi. Ma mi faccia aggiungere che sulla privacy abbiamo fatto passi in avanti enormi: vada su Internet e clicchi sul nostro ‘privacy center’ nella homepage”.

Ma come ci si può fidare del giudizio di un’azienda che fa soldi offrendo pubblicità mirata, basata sui dati degli individui, i profili personali, e che quindi ha un interesse oggettivo a demolire il concetto di privacy, più che ad aggiornarlo? “Noi non siamo Facebook, ci siamo dati regole e limiti più severi”, ribatte D’Asaro Biondo.

Ci sono poi le questioni antitrust, l’immagine del colosso che approfitta della sua forza, di posizioni monopolistiche per distruggere intere aree di business, che ha in mano il potere di far sparire un’azienda dal suo “page rank” condannandola all’oblio. “Per voi della stampa che ci attaccate sempre con tanto puntiglio, il bicchiere è più vuoto che pieno, ma per me è pieno almeno a due terzi”, obietta D’Asaro Biondo. “Google cresce perché porta valore alle imprese sue clienti, perché consente a milioni di piccole aziende – decine di migliaia solo in Italia – di operare a livello mondiale, anche se le loro dimensioni le costringerebbero a restare a livello di realtà locale. Redistribuiamo ricchezza: su 22 miliardi di fatturato Google nel 2008, 5,5 sono andati ai nostri partner produttori di contenuti”.

Insiste il Corriere della Sera: siete sicuramente grandi innovatori, ma non giocate sempre in modo trasparente, alcuni business li demolite non perché siete più efficienti ma perché potete permettervi di offrire servizi gratis e il relativo costo lo coprite coi proventi pubblicitari raccolti in altri settori. Ma per D’Asaro Biondo, quella di Google è “una rivoluzione, e nelle rivoluzioni c’è sempre chi soffre”.

Che dire allora della stampa: Google non la schiaccia con la logica del tutto gratis, indebolendo l’attenzione per il prodotto giornale, presentandosi come partner ma guadagnando sulle informazioni prodotte da altri? D’Asaro Biondo risponde senza esitazioni: “Non siamo una pipeline né una media company, ma una piattaforma. E Google News non è una nave pirata: chi è a bordo ha scelto di starci. E noi offriamo un bel ventaglio di opzioni, dalle notizie gratis per tutti all’accesso a sistemi di pagamento flessibili”.

Ma soprattutto: “Le difficoltà per la stampa sono iniziate prima dell’arrivo di Google, è l’aristocrazia che soffre le rivoluzioni e Internet... Ma il futuro della stampa ci interessa, eccome. Noi stiamo facendo molto per aiutarvi a migliorare la raccolta pubblicitaria, a trovare nuove, redditizie nicchie. Certo, dovete capire anche voi che il futuro è quello della pubblicità ‘targettizzata’. Dovete capirlo, come noi abbiamo capito che era un errore imporre la logica del tutto gratis. E’ vero, la pubblicità non basta a sostenere il costo di un sistema editoriale complesso, ma ora siamo pronti a fornire anche servizi in questo campo, piattaforme di pagamento. Ma l’editoria deve ridurre la dipendenza dalla carta: non è sostenibile un modello di business nel quale il 50-70% dei costi è assorbito dalla produzione e distribuzione del prodotto fisico”.

23 Giugno 2010