Tv digitale, e la Ue sta a guardare

MEDIA

Sospesa. La procedura d’infrazione aperta dall’Unione europea contro l’Italia sulla legge Gasparri per il momento è in standby. Grazie alle nuove regole per il passaggio al digitale terrestre indicate nella delibera Agcom approvata a maggioranza - contrari i consiglieri Nicola D’Angelo e Sebastiano Sortino - Bruxelles ha deciso di sospendere il procedimento. Lo chiuderà definitivamente se verrà data piena esecuzione all’intesa concretizzata dalla delibera. E se verrà conclusa la procedura di gara entro la fine dell’anno.

Si profila comunque piena di ombre e interrogativi la delibera che scatta la nuova fotografia delle emittenti a transizione avvenuta. Con lo switch off gli incumbent Rai e Mediaset perderanno un multiplex per lasciar posto ai nuovi entranti e verranno liberate 5 nuove reti digitali da mettere a gara (quella gara che, secondo la Ue, dev’essere fatta entro la fine del 2009): 3 saranno riservate ai nuovi entranti, 2 a qualunque soggetto operante nello spazio economico europeo e che abbia meno di 5 multiplex.

Se uno degli operatori - stabilisce la delibera - che attualmente gestisce 3 reti nazionali analogiche risulti, in esito alla gara, aggiudicatario di un multiplex, dovrà cedere il 40% della capacità trasmissiva di tale multiplex a terzi fornitori di contenuti indipendenti (l’obbligo di cessione del 40% si applica dal momento dell’assegnazione del multiplex e resterà in vigore per cinque anni dopo lo switch-off).

Secondo il presidente di Agcom Corrado Calabrò il risultato raggiunto avvia “un percorso di definitiva sistemazione delle radiofrequenze televisive in Italia. Le risorse trasmissive sono un bene pubblico destinato a soddisfare l’interesse della collettività. In questi anni - ha detto - è sempre stata auspicata una definizione di regole che garantissero la certezza del diritto e il rispetto dei principi costituzionali e comunitari nell’interesse del pluralismo e della concorrenza. Il percorso avviato va in questa direzione. I successivi atti che adotteremo serviranno a completare quella che mi auguro sia la cornice giuridica di riferimento per il futuro sistema televisivo italiano con una regolamentazione ben diversa dalla connotazione incerta che essa aveva assunto in passato”.

Anche il sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani, parla di “primo passo formale di un percorso intrapreso in piena sintonia con la Commissione Ue dopo mesi di intenso e costruttivo confronto”. Secondo Romani si tratta di un risultato “che contribuisce alla definizione delle regole per un rapido passaggio alla tecnologia digitale, in piena coerenza con il diritto comunitario”. Giudizio positivo anche da Mediaset: “Finalmente si vede la luce nella ormai annosa vicenda della procedura europea sulle frequenze tv: si sono poste le premesse per la fine della incertezza di prospettive cui le imprese tv sono state consegnate da anni”.

Ma non tutti sono così entusiasti. Secondo l’ex ministro alle Comunicazioni Paolo Gentiloni, oggi responsabile dell’area comunicazione del Pd, la gara per l’assegnazione delle cinque reti nazionali che si renderanno disponibili rischia di essere un’occasione persa se i principi decisi dall’Agcom non venissero resi coerenti con l’obiettivo di aprire il mercato e di adeguare l’Italia alla normativa comunitaria. “Sarebbe grave perdere questa occasione - ha detto  Gentiloni - sia con artifici tecnici (Dvb-H) per giustificare l’assegnazione di due multiplex oltre i cinque a Rai e Mediaset. Sia riducendo la gara stessa a un semplice beauty contest, assegnando un bene pubblico come i multiplex gratuitamente e con decisione presa da un governo in evidente conflitto di interessi”.

Gli artifici tecnici di cui parla Gentiloni fanno riferimento alle tre reti Dvb-h, in possesso di H3G, Mediaset (che trasmette contenuti Tim e Vodafone) e Rai, che la delibera, almeno in questa prima versione, non “conteggia” nel calcolo dei multiplex dal momento che parla soltanto di Dvb-T. E ci sono rischi in vista anche secondo il senatore Pd Vincenzo Vita, vicepresidente della commissione Cultura del Senato: “Si profila una Mammì bis” ha detto.

Ma il vuoto più macroscopico, evidenziato dal senatore Vita, riguarda l’assenza di tracce, nella delibera Agcom, di ipotesi per una destinazione del dividendo digitale diversa da usi televisivi, per esempio comunicazioni wireless. “Le premesse non sono buone - ha detto - e l’aggravante è che si tratta dell’ultimo treno per il passaggio al digitale”. Che fine hanno fatto le raccomandazioni del commissario Ue Viviane Reding sull’utilizzo del dividendo digitale, quel “tesoretto” di frequenze che potrebbe arricchire non solo le casse degli Stati (come infatti già succede nel resto dell’Europa e negli Usa), ma anche avvantaggiare la competitività e la produttività del Paese? Di pochi giorni fa la nota di Reding in cui ribadisce che il dividendo rappresenta una “risorsa notevole, specialmente in tempi di crisi economica, grazie alla spinta che può dare ai servizi broadband wireless e alle strategie di banda larga per tutti”.

20 Aprile 2009