Google, operazione trasparenza. Dovrà rivelare il suo algoritmo?

ANTITRUST

Nel mirino dei regolatori Usa il principio di "search neutrality". Il motore sospettato di mettere in atto "distorsioni" commerciali

di Patrizia Licata
Oneri e onori dell’essere un gigante mondiale della web search, e anche della pubblicità, delle mappe, della telefonia mobile e altro ancora. Si potrebbe riassumere così la vita quotidiana di Google, alle prese con un business in continua crescita (anche se questo trimestre Big G sembra aver deluso il mercato) ma sempre più gravato dai sospetti di comportamento sleale verso la concorrenza.

Dopo i problemi per le violazioni della privacy legate alle riprese fotografiche planetarie di Google Maps e le contestuali "intercettazioni" delle reti senza fili private nelle grandi città di tutto il mondo, adesso l'azienda il cui motto è "Don't be Evil" ("Non essere malvagi") rischia un altro e più lacerante conflitto: dover rendere pubblica, per necessità di trasparenza, la sua formula segreta, come la definisce Il Sole 24 Ore, ovvero l'algoritmo matematico che viene utilizzato per far funzionare i servizi di ricerca di Google, che ogni giorno rispondono a più di un miliardo di richieste, utilizzando il più grande numero di calcolatori in rete al mondo di una singola azienda.

Il problema, come rileva in un commento il New York Times, è endemico, legato alla strategia stessa di Google. Da anni l'azienda sta ampliando sempre più il suo campo d'intervento per attrarre con servizi gratuiti numeri crescenti di utenti e inserzionisti: dalla posta elettronica Gmail al browser super-leggero Chrome; dal sistema operativo per cellulari Android al nuovo servizio di prenotazione dei viaggi in aereo della neo-acquisita Ita Software; dagli album online per le foto di Picasa all'aggregatore di articoli Google News. Il tutto è legato al business fondamentale di Google: la raccolta e la ricerca di informazioni, e quindi la capacità di associarle fornendo contestualmente della pubblicità a pagamento, che rappresenta più del 90% dei 23,65 miliardi di dollari di fatturato nel 2009.

È meno noto, continua Il Sole, che Google da questi servizi tragga profitto in più di una maniera: ad esempio facendo pagare le aziende per avere visibilità "premium" nei risultati delle ricerche degli utenti, oppure consentendo loro l'acquisto dei nomi dei prodotti della concorrenza, per comparirvi accanto nelle ricerche degli utenti. Il punto non sono tanto le singole pratiche commerciali, contro le quali l'antitrust europeo sta investigando (in particolare la capacità di Google di piazzare tra i primi risultati i siti a lei associati come Google Maps o YouTube, relegando la concorrenza in fondo alla lista). Il nocciolo della questione è che Google sicuramente offre tutte le risposte a chi cerca sul suo motore, ma non spiega quali criteri adoperi per selezionare i risultati e quali attori vengano privilegiati a scapito degli altri.

“E’ molto importante per le aziende, specialmente le più piccole, apparire ai primi posti nel ranking di Google, ma non c’è modo per loro di sapere come la tecnologia del motore di ricerca funzioni”, nota il Financial Times. “Per questo l’azienda è sempre più sotto esame da parte dei regolatori”. Così, mentre l’Unione europea indaga sul predominio di Google nella ricerca Internet, l'antitrust Usa è al lavoro per capire se l'acquisizione da 700 milioni di dollari di Ita Software non rischi di mettere fuori gioco le varie Expedia, Orbitz, Bing di Microsoft e altri ancora.

Le due aree più controverse dell’attività di Google sono due, secondo il Ft. Una è la cosiddetta “search neutrality”: i regolatori vorrebbero assicurarsi che i risultati del motore di ricerca non siano pesantemente distorti da motivi commerciali. Di qui anche il rischio che Google debba rendere noto il suo algoritmo. Il secondo settore sotto scrutinio è l’offerta di servizi verticali paralleli alla ricerca, come le Maps o lo shopping comparativo, che può danneggiare i rivali nell’e-travel e nell’e-commerce.

A dare nuovi grattacapi a Google, intanto, arrivano anche le reazioni preoccupate della Borsa alla sua trimestrale: l’azienda ha riportato per il secondo trimestre dell'esercizio fiscale un giro d’affari in crescita rispetto a un anno fa del 24% (da 5,52 a 6,82 miliardi di dollari) e utili di 1,84 miliardi di dollari, ossia 5,71 dollari per azione (in crescita rispetto agli 1,48 miliardi dell’anno scorso). Escludendo le voci di natura straordinaria, l'utile per azione è ammontato nel trimestre a 6,45 dollari, ma il dato è inferiore alle attese degli analisti (6,52 dollari) e per questo il titolo ieri ha perso il 4% in Borsa.

Ma ostacoli a parte, Google è ancora un colosso in ottima forma, e non intende fermare la sua crescita, anche se forse dovrà prima o poi regolarla. Così nel frattempo ha siglato un importante accordo con la società di advertising Omnicom Media per la pubblicità display online, uno dei settori sui cui Google punta maggiormente per espandere i suoi guadagni oltre le search ads.

In base all’accordo, Omnicom spenderà centinaia di milioni di dollari per comprare pubblicità display per i suoi clienti sulla rete di Google nei prossimi due anni; in cambio Big G lavorerà con Omnicom per mettere a punto un "trading desk" globale che permetterà alla partner di acquistare display ads più facilmente sulla piattaforma di Google, che funziona come un’asta che fa incontrare chi compra e chi vende pubblicità con gli spazi pubblicitari sulla rete di siti partner del motore di ricerca californiano. Omnicom già comprava pubblicità sulla piattaforma di Google, ma usando la propria tecnologia. Con questo accordo, invece, Google fornirà ad Omnicom dei servizi di analisi per capire come trarre il massimo dagli acquisti degli spazi di advertising e per studiare le loro performance.

16 Luglio 2010