3D, Barbareschi: "Troppe lobby. Così l'Italia resta a Carosello"

L'INTERVISTA

Il responsabile Tlc di Futuro e Libertà: "L'industria dell'audiovisivo è soffocata da un modello di business buono per gli anni Sessanta. Bisogna rivoluzionarlo: il futuro è multipiattaforma"

di Federica Meta
«Gli italiani sono pronti alla rivoluzione del 3D». Luca Barbareschi, deputato e responsabile Tlc per Futuro e Libertà per l’Italia, crede fortemente nelle possibilità di sviluppo di un mercato del video tridimensionale nel nostro Paese. In grado, così come sta succedendo per i contenuti del Web, di smantellare i “poteri forti” che ingessano l’industria italiana dell’audiovisivo.
L’Italia è pronta a raccogliere la sfida?
Gli utenti sono più pronti di quanto non lo sia la filiera produttiva che stenta a comprendere come stanno cambiando i modelli di fruizione.
In che senso?
Broadcaster e produttori sono ancora convinti che ci sia una sola piattaforma. E così per i contenuti tradizionali o in alta definizione si punta solo su cinema e Tv, per il 3D sulla sala cinematografica e solo in tempi più recenti anche sulle Tv “3D ready” che iniziano a debuttare sul mercato. Invece la situazione è diversa. Bisogna iniziare a pensare alla distribuzione multipiattaforma già in fase di produzione, lavorando a contenuti che siano fruibili sia da Tv sia da console, nel caso del 3D, e da Internet in altri casi.
È solo la miopia dei produttori a rappresentare un freno?
Il mercato italiano è frenato dalle lobby che prima hanno voluto il monopolio della sala cinematografica per la diffusione delle opere e poi le cosiddette “finestre” che impediscono a un film di uscire in supporto “domestico” - le videocassette un tempo, i dvd ora - prima di sei mesi. Chi fa pressione dunque? I produttori, distributori, gli esercenti... Ma l’avvento del 3D cambierà l’industria audiovisiva.
Ha talmente tanta fiducia in questa tecnologia?
Non è una questione di fiducia. È che vedo come va il mondo. Negli Usa sono in vendita le prime videocamere che riprendono immagini 3D; quello che è già successo su Internet con YouTube, che trasmette contenuti generati dagli utenti, succederà anche nel comparto 3D con l’escalation delle console che, già adesso, fungono da televisione, piattaforma per giocare e ascoltare musica. L’utente mette se stesso al centro della filiera: quando non creerà contenuti da sé farà in modo di vedere ciò che vuole, magari scaricando dalla Rete, senza sottostare alle imposizioni di un meccanismo che impone solo i contenuti più remunerativi. A quel punto quei “poteri forti” che hanno finora hanno impedito la rivoluzione digitale dovranno farci i conti.
Così non si presta il fianco alla pirateria?
Non per quel che riguarda il 3D. In questo caso la “criminalità” multimediale incide poco nei processi di distribuzione dei contenuti perché la tecnologia garantisce un altissimo livello di scurezza. È quasi impossibile scaricare contenuti tridimensionali.
Negli altri casi sì, però...
Non necessariamente. O almeno non se si ripensa la filiera dei contenuti. Fin dal momento in cui qualcuno pensa di investire in un progetto cinematografico o altro deve avere presente in testa che quel prodotto sarà fruito in multipiattaforma da un utente che è sempre più multitasker, che vuole avere la possibilità di andare al cinema, ma anche di vedere le novità dal divano di casa senza dover aspettare sei mesi - e qui sottolineo ancora il grande ostacolo rappresentato dalle finestre. Se non si fa questo - e lo ripeto perché qui sta il nodo - l’utente va su Internet e scarica quello che trova.
In questo senso la politica può fare qualcosa?
La politica deve mettere in campo strumenti legislativi che cambino il modello di remunerazione di chi produce e distribuisce contenuti, deve cioè innovare il sistema delle royalties. A questo andrebbe associato un ripensamento del settore pubblicitario nel senso del tailoring: pubblicità a misura di utente che sceglie di vedere un determinato film e al quale, presumibilmente, interessa un determinato tipo di prodotto o servizio. In Italia vige un sistema di raccolta pubblicitaria anni Sessanta che ha nella televisione “tradizionale” il suo fulcro e che sta mostrando tutte le sue debolezze.
Il ritardo italiano rischia di diseducare l’utenza alle nuove tecnologie?
Assolutamente no. L’uomo è naturalmente propenso ad andare incontro alle novità tecnologiche: è successo con il passaggio dagli acquaioli all’acqua corrente e succederà anche con le tecnologie. Anzi, sta già succedendo.

18 Ottobre 2010