Fox Tv contro le affiliate. In crisi il gioiello di Murdoch?

NEWS CORP

News Corp minaccia di spazzar via 27 emittenti del circuito Fox se non cederanno alla richiesta di aumento della percentuale sui ricavi. Ma secondo gli osservatori la mossa nasconde la difficoltà economica in cui versa il broadcaster

di Elisabetta Badolisani
Murdoch contro tutti. Dopo aver sbranato la rete Cablevision in ottobre scorso, il colosso News Corporation rivolge le fauci contro se stesso. Ma sarà una strategia efficace?

Come ha riportato il LA Times, le 27 affiliate della Fox Television Station Group, gruppo di stazioni televisive controllate dalla holding News Corp., sono state “strangolate” dalla società-madre che ha chiesto che le venga riservata una grossa percentuale sui ricavi provenienti dai contratti con i local cable operators per la trasmissione della programmazione Fox. E ha minacciato di sostituire con nuove emittenti le affiliate recalcitranti, se queste non cederanno presto.

Questa crisi apparentemente interna al gruppo, in realtà, coinvolge numerosi soggetti e soprattutto crea gravi disagi ai clienti delle pay-tv, che nell’attesa del rinnovo del contratto di licenza subiscono un imbarazzante blocco del normale palinsesto. Le affiliate, infatti, sono concepite per mandare in onda esclusivamente i programmi del broadcast network di cui fanno parte (ABC, NBC, FOX e così via) 24 ore su 24, come accadeva in Italia sulle reti commerciali Fininvest nei primi anni ’80, e per promuoverli stipulano accordi di retrasmission con reti televisive locali (i local cable operators, per l’appunto). Simul stabunt, simul cadent.

La spendibilità del brand Fox è indubbia. Solo in Italia Fox Channel ha registrato nel 2010 uno share del 2,6 e risulta il terzo canale per tempo medio di visione (dopo Canale5 e Rai uno). Negli Stati Uniti detiene anche gran parte dei diritti sullo sport e un notiziario che ha fatto più volte infuriare President Obama per la “faziosità” dei servizi, seguito dal 25% degli americani.

Questo attacco alle proprie controllate è perciò particolarmente sospetto. Già nel 2010 il gruppo Fox ha rivisto il contratto di cinque reti e imposto, utilizzando l’arma del blackout, un pesante rincaro dei tassi di re-trasmissione, di cui il caso più eclatante è stato il braccio di ferro in ottobre con Cablevision. In quella occasione più di 3,5 milioni di cittadini tra New York, New Jersey e Connecticut contemplarono il vuoto nei loro televisori; e Cablevision, che già pagava 70 milioni di dollari l’anno, per porre fine all’incresciosa situazione accettò di pagarne più di 150.

Tutto lascia pensare che il broadcast Fox versi in difficoltà economica. La concorrenza spietata di più di 1000 canali e soprattutto di Internet ha fatto registrare negli ultimi anni un calo sensibile di audience e un innalzamento dell’età media degli spettatori, e conseguentemente dei contratti di locazione riservati agli spazi pubblicitari. Il pubblico under 34 statisticamente preferisce rivolgersi a siti web come Hulu e Netliflix, dove i contenuti delle pay-tv sono liberamente fruibili. E il blocco della programmazione incentiva il ricorso a mezzi illegali. Durante la trattativa con Cablevision, un call-center della società “ostracizzata” suggerì ad un cliente infuriato di cercare la partita di baseball trasmessa da Fox sul web. La telefonata fu registrata e fu scandalo; per conto suo, la holding rispose oscurando la propria programmazione su Fox.com e Hulu Saturday e diffidando Cablevision di incitare ancora alla violazione del copyright.

In questo modo, le perdite verranno sicuramente re-integrate ma si tratta, secondo gli osservatori, di una strategia miope: la holding ha bisogno di canali locali che prestino il loro brand e la loro identità ai programmi del circuito internazionale Fox se vuole tenersi stretti almeno coloro che hanno poca dimestichezza con il computer. I blackout la rendono ancora più invisa agli abbonati e alla parte attiva dell’opinione pubblica che punta il dito su News Corp. per le fughe in paradisi fiscali, abuso di potere, varie multe antitrust. Soprattutto non risolve il problema principale, comune a tutte le società di comunicazioni contemporanee, di fidelizzare il pubblico giovane; e se ne vedranno gli effetti in un futuro sempre più prossimo, quando smartphone e computer avranno sostituito completamente lo schermo televisivo.

22 Febbraio 2011