SENTIERI DEL VIDEO. La corsa alla sfida del piccolo schermo

SENTIERI DEL VIDEO

di Enrico Menduni, Professore di Media e Comunicazione all’Università Roma Tre
Forse alla fine ci siamo: la concorrenza alla televisione sul suo terreno non la faranno Current Tv e altre iniziative di nicchia (già in Current i contenuti generati dagli utenti - tanto declamati - sono stati notevolmente ridimensionati) ma YouTube che si trasformerà, solo in parte, in una colossale Web Tv con venti canali tematici. Ciò dovrebbe significare, almeno stando al Wall Street Journal, che dopo altri tentativi non proprio riusciti di una Google Tv, il gigante ci riprova.

Naturalmente YouTube potrà continuare a essere quello che è sempre stato, cioè un luogo dove postare video e condividerli, ma i canali avranno una filosofia broadcast: ci saranno contenuti professionali in grado di attirare un pubblico e la pubblicità. YouTube diventerà così un editore, con responsabilità sui suoi contenuti, come un qualunque broadcaster: almeno nella parte che sarà strutturata per canali. Ovviamente questi canali saranno fruibili su qualunque device: tablet, smartphone, pc e chi più ne metta, oltre che su un televisore sempre più obbediente a una memoria di computer, a periferiche varie che lo riforniscono con semplici prese Usb, e a dispositivi di personalizzazione della visione con il Pcr, Personal Video Recorder.

La notizia merita di essere commentata ma nessuno sa se l’annuncio diventerà realtà e se i termini in cui realizzerà saranno quelli enunciati. Inoltre non è detto che l’iniziativa abbia successo: produrre maionese non è la stessa cosa che produrre hamburger, anche se sono tutte e due cose da mangiare, e non è semplice inventarsi una filosofia broadcast quando si hanno prodotti amatoriali e non si sa cos’è un palinsesto. I fan di YouTube del resto non vanno delusi con cambiamenti radicali delle funzioni di un sito molto amato.

Notiamo però che fare concorrenza alla tv è ormai uno sport internazionale: ci provano tutti, i gestori telefonici e i costruttori di tablet, gli editori di giornali, le piattaforme di videogioco e molto altro. Il punto rimane sempre lo stesso: la predisposizione a pagare da parte dei (potenziali) clienti, sommersi ormai da una vastissima gamma di offerte, in cui il carattere promozionale si sposa spesso con la gratuità, e in cui la pubblicità, in cui Google spera, non è una risorsa inesauribile.“Cercavo un software per il mio computer, che mi servirà saltuariamente - mi diceva un mio studente - ma ho appreso che costa 350 euro. Mi sono dedicato a cercare qualche modo per eludere il pagamento: ho cercato di averlo gratis per un periodo di prova, provato siti di download (ai confini della legalità) ma non è andato a buon fine.

Alla fine ho trovato un amico di un amico che mi ha rifilato un serial number crackato con cui sono riuscito ad averlo”. L’esempio vale quello che vale, ma dimostra una propensione dei clienti a spendere tempo e fatica non per pagare i contenuti, ma per ottenerli come commodity gratuita.

18 Aprile 2011