Facebook, piena di spine la strada per Washington

SOCIAL NETWORK

Lo strapotere del social network rischia l'effetto boomerang in assenza di strategie politiche più "allineate" con la Casa Bianca. Giocano a sfavore le manovre di avvicinamento alla Cina e la posizione da outsider rispetto agli altri big della rete

di Patrizia Licata
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama utilizza, per comunicare con la nazione, i nuovi strumenti del web 2.0 come Facebook. Ma Facebook è riuscita a infilarsi nei piani alti del potere a Washington? Come scrive oggi il Wall Street Journal, il sito sociale ha un gruppo di lobby ancora alle prime armi quando invece avrebbe bisogno di una robusta rappresentanza per difendersi dai sempre più serrati scrutinii delle sue pratiche in materia di privacy e della sua strategia di espansione in Cina.

In sette anni, Facebook si è trasformata da una piccola start-up a una super-potenza di Internet con un valore potenziale di mercato stimato a oltre 50 miliardi di dollari. Ma con i suoi 600 milioni di membri registrati, il sito fondato da Mark Zuckerberg deve subire la pressione di regolatori e politici che si chiedono che uso faccia delle informazioni personali che i suoi utenti condividono.

L’azienda deve anche rispondere a qualche domanda su come gestirà il ruolo, assunto suo malgrado, di strumento di espressione per i dissidenti politici di tanti Paesi del mondo, soprattutto se cerca di entrare in Cina e in altri Paesi dove il dissenso incontra scarsa tolleranza. In un’intervista con il Wsj sulle strategie di espansione all’estero dell'azienda, i rappresentanti di Facebook a Washington hanno detto che la società cercherà di adeguarsi alle norme cinesi, una presa di posizione che potrebbe non essere gradita al Congresso Usa.

Finora Facebook ha speso molto poco in azioni di lobby, anche rispetto ai già frugali standard delle aziende della Silicon Valley: 351mila dollari lo scorso anno, appena una frazione di quanto sborsato da altri colossi tecnologici, come Google (5,2 miliardi) e Microsoft (6,9 miliardi). Nel frattempo le trattative per assumere l’ex portavoce di Obama, Robert Gibbs, per guidare le strategie di comunicazione dell’azienda sono andate in fumo.

Quanto all’ingresso in Cina, dove Facebook sta discutendo con potenziali partner locali, Adam Conner, lobbyst di Facebook, ha fatto sapere al Wsj: “Forse bloccheremo dei contenuti in alcuni Paesi, ma non in altri. A volte ci troviamo in una posizione scomoda perché stiamo offrendo una libertà di espressione, in alcune nazioni, mai avuta finora”.

“Al momento stiamo studiando e imparando come funzionano le cose in Cina, ma non abbiamo preso decisioni su se e come avvicinarci a questo mercato”, ha chiarito Debbie Frost, direttore delle comunicazioni internazionali di Facebook.

I parlamentari Usa non apprezzano le manovre di avvicinamento di Facebook alla Cina, condotte tra l’altro senza rispondere alle richieste di ulteriori informazioni da parte del Congresso. La scorsa primavera, il senatore Dick Durbin, democratico dell’Illinois che guida il panel del Senate Judiciary committee sui diritti umani, ha anche ripreso Facebook per essersi rifiutata di partecipare a un’udienza al Campidoglio sulla “libertà globale di Internet”.

Il social network non si è nemmeno unito alla Global Network initiative, un gruppo che include Google, Microsoft e associazioni per i diritti umani, che hanno convenuto un set di principi di condotta nelle nazioni come la Cina che limitano la libertà di espressione.

Infine, né Facebook né il fondatore Zuckerberg hanno spiegato pubblicamente il ruolo svolto dal sito sociale come strumento di attivismo democratico in Tunisia e Egitto: in Tunisia, dove Facebook ha preso alcune misure tecniche per contrastare i tentativi del governo di rubare le password dei suoi utenti, l’azienda si è limitata a dichiarare che tali misure sono state adottate per motivi di sicurezza, non politici.

21 Aprile 2011