Un "giudice naturale" anche per la diffamazione su Web

DIRITTO

La Corte di Cassazione stabilisce che la competenza territoriale per le indagini sia determinata non dal luogo fisico dove è allocato il server ma dove "le offese e le denigrazioni sono percepite da più fruitori della Rete"

di F.M.
Registrare un sito web all'estero non serve per evitare le indagini in materia di diffamazione e di divulgazione di atti coperti da segreto. Lo ha ribadito la Prima sezione penale della Cassazione, con la sentenza 16307/2011 che risolve il conflitto di competenza tra tre diverse procure attivate in contemporanea dalla polizia giudiziaria di Sassari dopo la querela per un articolo pubblicato su un sito web.

Secondo i giudici di piazza Cavour – spiega il Sole 24 Ore - la competenza territoriale in materia di diffamazione telematica si radica dove “le offese e le denigrazioni sono percepite da più fruitori della rete” e non nel luogo non nel luogo dove la notizia è immessa in rete. Quindi a legittimare l'iniziativa giudiziaria una sorta di localizzatore degli utenti che leggono la notizia di presunta diffamazione.
La decisione della Cassazione si è resa necessaria quando gli ufficiali di pg di Sassari avevano trasmesso la notizia di reato sia alla procura locale sia a Roma, che a sua volta aveva inviato gli atti ad Arezzo, dove risulta collocato il server del sito di informazione isolano con presunte notizie diffamatorie. L’imputato, che si era accorto, del doppio binario d'indagine sullo stesso fatto, aveva sollevato l'eccezione davanti al tribunale di Sassari, chiedendo di far procedere Arezzo, istanza arrivata direttamente davanti alla Cassazione come previsto dal codice di procedura penale.

La Prima sezione nel risolvere il conflitto a favore dei giudici sardi – sottolinea ancora il Sole - si è allineata alla giurisprudenza recente, dalla sentenza 2379/10 alla 25875/06, fino alla più risalente decisione 4741/00. Secondo i giudici, l'utilizzo di un sito internet per denigrare una persona integra il reato di diffamazione aggravata, che si consuma all'atto stesso dell'immissione della notizia nello spazio web.
Nonostante dunque esista un luogo esatto di partenza delle informazioni, ovvero il server, “lo stesso non coincide con quello di percezione delle espressioni offensive e, quindi, di verificazione dell'evento lesivo, da individuare nel luogo in cui il collegamento viene attivato”, dice la sentenza. Nel caso di un giornale online, quando una notizia risulta immessa sul sito, la sua diffusione deve ritenersi avvenuta dato che “implica la fruibilità da parte di un numero solitamente elevato di utenti”.
Proprio dal conteggio e dalla localizzazione dei lettori che aprono la notizia che la Cassazione fa discendere l'individuazione del “giudice naturale”.

27 Aprile 2011