Ipo, Linkedin vale 3,3 miliardi di dollari

L'IPO

Secondo gli investitori il business del social network per i professionisti potrebbe rivelarsi più sostenibile e affidabile di altri siti popolari ma a rischio bolla

di Patrizia Licata
Obiettivo: 3,3 miliardi di dollari. E’ il target che si propone LinkedIn, il noto network online di professionisti che si prepara questo mese all’Ipo, come rivelano oggi il Financial Times e il Wall Street Journal, aggiungendo che Reid Hoffman, presidente e co-fondatore della società, venderà alcune azioni nell’Ipo, riducendo la sua partecipazione dal 21,2% al 20,1%. Si tratta di una fetta di LinkedIn che vale comunque 660 milioni di dollari, considerando la parte alta della forchetta di prezzo rivelata ieri, ovvero 32-35 dollari per azione. Ad Hoffman resterà inoltre il 21,7% dei diritti di voto.

A un prezzo di mercato di 3,3 miliardi di dollari, LinkedIn verrebbe valutata 13 volte di più delle sue revenues dello scorso anno (243 milioni di dollari): una bella moltiplicazione, se paragonata alle quotazioni delle aziende non di Internet, ma non paragonabile ad altre valutazioni di alto profilo, come quella di Facebook, valutata dagli investitori privati 32 volte più delle vendite stimate del 2010, o di Renren, il sito di networking cinese che si è quotato la scorsa settimana a un prezzo di 6,7 miliardi di dollari, ovvero 90 volte le vendite del 2010.

La valutazione meno sensazionale di LinkedIn è un riflesso della sua strategia di nicchia, commenta oggi il Financial Times. Le sue attività che generano revenue, che includono gli abbonamenti premium e gli accordi di recruiting con aziende e società di headhunting, hanno margini inferiori rispetto alle attività dei concorrenti, per esempio gli accordi di Facebook con le società dell’online gaming. Tuttavia, gli investitori potrebbero vedere il business di LinkedIn come più sostenibile, perché meno dipendente dalla moda e dai gusti di un’audience molto giovane: insomma, non ci sarebbe lo stesso rischio-bolla che alcuni analisti temono per Facebook e altre società di Internet.

10 Maggio 2011