Ue, lucchetto ai cookies. Ma gli Stati snobbano la direttiva

PRIVACY

Ignorate da tutti i Paesi membri - a parte Uk, Danimarca e Estonia - le nuove regole a protezione della privacy. La Commissione Ue pronta a far scattare provvedimenti disciplinari. La protesta delle aziende: scarsa chiarezza sulle modalità per ottenere il consenso alla raccolta di dati personali

di Patrizia Licata

Entra in vigore da oggi la nuova legge europea a difesa della privacy online che bandisce i cookies, ma che lascia le aziende in una situazione di incertezza. La normativa mette infatti fuori legge il sistema per raccogliere informazioni su chi visita i loro siti web, a meno che non abbiano ottenuto il consenso degli utenti. Ma le aziende protestano: l’Ue non sarebbe stata chiara su come ottenere questa autorizzazione da parte dei consumatori. E intanto sono previste per i trasgressori multe salate: per esempio, fino a a 500mila sterline nel Regno Unito.

In realtà la stragrande maggioranza dei Paesi europei, a parte Gran Bretagna, Danimarca ed Estonia, ha ignorato la direttiva Ue nonostante abbiano avuto due anni a disposizione, nota Jonathan Todd portavoce dell'Agenda digitale. Mettendo in luce che in realtà, al di là delle dichirazioni di principio, la protezione della privacy è un problema poco sentito.

Particolarmente preoccupate le web companies come Facebook e Google, che vedono il proprio business a rischio a causa della nuova legge, nonché gli inserzionisti, che temono che il mercato della pubblicità online mirata – vale 100 milioni di sterline l’anno nel solo Regno Unito – possa essere danneggiato.

Ma la normativa, spiega oggi il Financial Times, tocca tutte le aziende che operano tramite un sito Internet, sia vendendo prodotti sia pubblicando ads. I cookies possono segnalare quali articoli l’utente mette nel carrello della spesa, o quali pagine visita, mandando le informazioni alle società della pubblicità. La maggior parte dei siti ha una decina o ventina di cookies, ma le grandi corporation con diversi siti ne hanno centinaia o migliaia attivi.

In Gran Bretagna, il governo ha cercato di placare le preoccupazioni delle aziende, garantendo una soluzione “business-friendly” e concedendo un anno di tempo per adeguare i siti Internet. "Siamo consapevoli che i navigatori di Internet sono preoccupati per la loro privacy online ma sappiamo anche che i cookies hanno un ruolo importante nella gestione di Internet”, ha dichiarato il ministro delle Comunicazioni Ed Vaizey.

Tuttavia, Peter Gooch, esperto di privacy della Deloitte, nota che poche compagnie hanno già avviato dei progetti per modificare i loro siti. “Non ho visto nessuna grande azienda definire una strategia, la maggior parte resta alla finestra. Il timore è di adottare una soluzione che scontenti i consumatori e danneggi l’immagine o il business aziendale”, dice Gooch.

“Le linee guida prodotte dallo Uk Information Commissioner’s Office creano più domande che risposte”, secondo Andreas Edler, managing director di Hostway, società che fornisce servizi Internet a piccole imprese. “Non è chiaro quali cambiamenti occorre apportare per adeguarsi alla normativa”.

“Ottenere il consenso degli utenti è difficile”, aggiunge Ben Cooper, direttore di Tullo Marshall Warren, agenzia di digital marketing. “Appena si comincia a chiedere il consenso, i consumatori pensano che le compagnie stanno per fare qualcosa di sbagliato. Occorrerà trovare modi nuovi di farsi dare l’autorizzazione degli utenti a usare i cookies”, conclude Warren.

Il governo britannico ha formato un gruppo di lavoro insieme ai produttori di browser per studiare una possibile soluzione basata sui programmi per la navigazione Internet. Microsoft's IE9 e l’ultima versione di Mozilla Firefox già offrono un’opzione che protegge gli utenti dalla raccolta dei loro dati e Google sta integrando un’analoga tecnologia “Do Not Track” al suo browser Chrome.

L’impostazione all’interno del browser che permette all’utente di scegliere se attivare o no il tracking appare come la soluzione più sensata: altre vie esistono, spiega il Financial Times, ma sembrano meno praticabili, come l’uso dei pop-up per chiedere di volta in volta il consenso degli utenti – si finirebbe con un bombardamento di finestrelle nel corso della navigazione, tanto che i siti di ecommerce hanno già bocciato questa proposta.

26 Maggio 2011