Volpi: "Non basta risparmiare. È ora di investire in IT"

L'INTERVISTA/2

Il deputato della Lega Nord accusa la mancanza di una visione strategica per la PA digitale: "Servono convenzioni ad hoc con le imprese per rendere più convenienti gli acquisti informatici"

di Federica Meta
"Lo sforzo del ministro Tremonti di rientrare dal debito è lodevole. Ma ora è arrivato il tempo di pensare alla crescita del Paese". Raffaele Volpi, deputato della Lega Nord e membro della commissione Affari costituzionali della Camera, non ha peli sulla lingua e critica la politica di contenimento della spesa che frena lo sviluppo della PA digitale.
Tremonti ha stoppato le iniziative di Brunetta su pagamenti elettronici e Cieper i dipendenti pubblici. A suo avviso quali saranno gli effetti sul piano E-gov 2012?
Al di là dei no ai singoli progetti - che pure servirebbero a sbloccare la situazione di stallo in cui versa il processo di digitalizzazione - a preoccuparmi è la mancanza di una visione strategica sull’innovazione per colpa della quale non è stato dirottato l’extragettito dell’asta Lte all’Ict e, adesso, sono state bloccate le iniziative di Brunetta. È finito il tempo in cui le tecnologie erano uno strumento di risparmio economico per i processi pubblici; è ora che l’innovazione diventi la filosofia che ispira le strategie di sviluppo di questo Paese. Ecco perché la Lega Nord ha presentato in commissione Trasporti e Tlc della Camera una risoluzione per chiedere che parte di quei fondi vadano alla banda larga: le autostrade “elettroniche” sono l’ossatura primaria dell’Agenda digitale. Non si fa la PA digitale senza e reti di Tlc veloci, sia perché i servizi non funzionerebbero sia perché, laddove permanesse un forte digital divide, milioni di cittadini resterebbero esclusi da un processo a forte valenza modernizzatrice.
Però Tremonti dice che i soldi non ci sono. Cosa si può fare, in concreto, per evitare la dèbacle digitale?
Prima di tutto bisogna che a Comuni e PA centrali venga data la possibilità di spendere i fondi bloccati dal patto di stabilità. Si tratta di una cifra che oscilla tra i 3 e i 4 miliardi di euro che darebbe fiato ai servizi pubblici ma anche alle economie dei territori. Se spesi efficacemente in progetti Ict si avrebbero ricadute sull’efficienza della macchina pubblica e sull’occupazione.
Ma Tremonti non è intenzionato a derogare al patto di stabilità.
Si potrebbe pensare di rendere più conveniente per la PA comprare tecnologie informatiche tramite convenzioni con le imprese oppure attraverso forme di defiscalizzazione per gli enti che comprano innovazione. Nel primo caso serve la collaborazione dei privati.
Lei crede che i player dell’Ict siano disposti a fare “sconti” alla pubblica amministrazione?
Lo devono essere se vogliono - come sento dire da più parti di Confindustria- contribuire all’uscita dalla crisi. Le aziende hi-tech, in questo momento storico più che in passato hanno la responsabilità sociale di creare le condizioni perché il mercato sappia rispondere alle necessità degli enti pubblici che vogliono innovare.
In che modo?
Diventando “sponsor” dell’IT sul territorio e sviluppando soluzioni in linea con la domanda e con parametri di interoperabilità e riuso: i prodotti devono mettere i sistemi delle diverse pubbliche amministrazioni nelle condizioni di scambiarsi i dati e assicurare l’adattabilità da ente a ente. Si tratta di una modalità che permetterebbe di innovare a costi più ragionevoli e far fruttare i budget ridotti di cui dispongono oggi le pubbliche amministrazioni.
Ma dietro a questo ci deve essere una governance dell’IT più chiara. In commissione Affari costituzionali abbiamo chiesto più volte e in maniera bipartisan una cabina di regia che servirebbe ai privati per avere un interlocutore ben identificabile e nello stesso tempo agli enti pubblici per avere a disposizione una sorta di “cassa di risonanza” dove far conoscere e diffondere le best practice, puntando a farle diventare sistema.

31 Ottobre 2011